GRAHAM HANCOCK.
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IL MISTERO DEL SACRO GRAAL.
Origine e storia di una tradizione segreta.
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Parte 2.
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Titolo originale: The Sign and the Seal. A Quest for the Lost Ark of the Covenant Graham Hancock. 1992.
Traduzione di: Maria Massarotti.
1995. EDIZIONI PIEMME, Casale Monferrato, ALESSANDRIA.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
             http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Trovai ulteriori conferme a questa mia teoria nel diario di un altro missionario tedesco del XIX secolo, Henry Aaron Stern, che era egli stesso un ebreo convertito al cristianesimo. Stern aveva lavorato e viaggiato con Had in Etiopia e aveva pubblicato Peregrinazioni tra i falasha in Abissinia nel 1862.
Mentre leggevo le 300 pagine di questo libro, mi cresceva dentro un'antipatia per l'autore, che mi appariva come un convertitore arrogante, brutale e privo di scrupoli, che non aveva alcun rispetto per la cultura e le tradizioni del popolo in mezzo al quale si trovava. In generale, poi, trovavo le sue descrizioni della religione e del modo di vita dei falasha estremamente povere e prive di spirito di osservazione. Di conseguenza, giunto a met del testo, stavo quasi per abbandonarlo.
Poi, a pagina 188, mi imbattei in qualcosa di interessante. Dopo una lunga tirata sull'assoluto divieto tra i falasha di matrimoni misti con membri di un'altra trib o di un altro credo, Stern descriveva gli ebrei etiopi come fedeli alla legge di Mos che...  la formula sulla quale essi hanno modellato il loro culto. E aggiungeva:
Sembra strano al centro dell'Africa sentir parlare di un altare ebraico e di sacrifici di espiazione... (Eppure) dietro a ogni luogo di culto vi  un piccolo recinto con al centro una grande pietra e su questo semplice altare viene immolata la vittima, e vengono compiuti tutti gli altri riti sacrificali.

Bench la mia conoscenza del giudaismo fosse piuttosto limitata, sapevo bene che i sacrifici animali non erano pi praticati in nessuna parte del mondo dagli ebrei moderni. Non avevo idea se questo antico istituto esistesse ancora tra i falasha alla fine del XX secolo, ma certamente il racconto di Stern dimostrava che esso era ancora vivo e in buona salute 130 anni prima. Continuando la sua descrizione del recinto sacrificale, il missionario tedesco notava poi:
Questo luogo sacro  preservato da qualunque intrusione illegittima... e guai allo straniero che, incurante delle usanze falasha, si avventurasse troppo vicino al recinto proibito... Io stesso un giorno fui sul punto di commettere questo imperdonabile atto offensivo. Era quasi mezzogiorno e faceva un caldo soffocante quando, dopo parecchie ore di marcia, arrivammo esausti a un villaggio falasha. Ansioso di riposarmi un po', andai in cerca di un riparo fresco e tranquillo, quando per caso trovai, in mezzo a un prato appartato, un bel masso di pietra che sembrava caritatevolmente posto l per invitare al riposo lo stanco viandante. La palizzata spinosa cedette facilmente di fronte al ferro della mia spada e io ero quasi sul punto di rannicchiarmi all'ombra della pietra, quando un coro di voci rabbiose... mi ricord il mio errore, costringendomi a battere in rapida ritirata.
Mi sorpresi a desiderare che Stern avesse davvero avuto la punizione che meritava per aver violato un luogo sacro; al tempo stesso, per, non potevo non essergli grato per aver attirato la mia attenzione sulla pratica dei sacrifici tra i falasha. Valeva la pena di seguire questa traccia, poich essa poteva fornire un ulteriore indizio per accertare la data in cui gli ebrei di Etiopia si erano separati dal corpo centrale dei loro correligionari.
Cominciai allora a compiere ricerche, con il massimo dell'impegno, sulla pratica ebraica dei sacrifici al tempo dell'Antico Testamento. Il quadro che emerse alla fine dalla nebbia dei riferimenti eruditi fu quello di un istituto in costante evoluzione che era cominciato come semplice offerta a Dio che chiunque, sacerdote o laico, poteva compiere in qualunque luogo dove fosse stato eretto un tempio. Questa relativa mancanza, di regolamentazione, per, cess gradualmente dopo l'Esodo dall'Egitto intorno al 1250 a.C.. Durante le peregrinazioni degli ebrei nel deserto del Sinai fu costruita l'Arca dell'Alleanza e racchiusa in una tenda portatile o tabernacolo. Da allora in poi tutti i sacrifici dovevano essere compiuti davanti alla porta di quel tabernacolo e chiunque disobbedisse alla nuova legge sarebbe stato scacciato per punizione:
Qualunque uomo vi sia della Casa di Israele... che recasse un'offerta o un sacrificio e non lo portasse alla porta del tabernacolo della congregazione per offrirlo al Signore, quell'uomo sarebbe scacciato, non potendo pi stare in mezzo al suo popolo.
Venni a sapere, per, che quel divieto era meno assoluto di quanto sembrasse. Il punto fondamentale non consisteva nell'a-bolire i sacrifici presso i templi locali in ogni circostanza, bens nell'assicurarsi che i sacrifici fossero fatti esclusivamente presso un luogo di culto unico per tutta la nazione quando e se tale luogo esisteva. Nel deserto esso era rappresentato dal tabernacolo che conteneva l'Arca; in seguito, approssimativamente dal 1200 al 1000 a.C, un santuario nazionale fu istituito in Israele a Si-loh, che divenne perci il nuovo centro sacrificale. Vi erano tuttavia dei periodi di sconvolgimenti politici in cui Siloh veniva abbandonato e agli ebrei era di nuovo consentito di praticare sacrifici presso templi locali.
Verso il 950 a.C. il Tempio di Salomone a Gerusalemme aveva ormai soppiantato Siloh come centro religioso nazionale. Si sa per certo, per, che venivano effettuati sacrifici locali anche in altri luoghi di tanto in tanto, soprattutto tra quegli ebrei che vivevano lontani dalla capitale. Anzi, fu solo con il regno del re Giosia (640-609 a.C.) che fu applicato alla lettera il bando per chiunque avesse compiuto un sacrificio in un luogo diverso dal Tempio.
E questo divieto venne preso talmente sul serio che sembra che gli ebrei non abbiano compiuto alcun genere di sacrificio nei decenni immediatamente seguenti la distruzione del Tempio per opera di Nabucodonosor nel 587 a.C. L'antica tradizione di ripiegare su templi locali in assenza di un luogo di culto nazionale sembr irrevocabilmente abbandonata: semplicemente, poich non vi era pi il Tempio, non potevano pi esservi sacrifici.

Al ritorno dall'esilio babilonese, fu edificato il secondo Tempio a Gerusalemme e venne nuovamente istituzionalizzata l'usanza dei sacrifici, ma solo entro i confini del nuovo Tempio; sembra fra l'altro che il divieto di praticare sacrifici su scala locale fosse stato rafforzato e fosse rigidamente seguito. Questo sistema di sacrifici centralizzati rimase saldamente in vigore dal 520 a.C, data della dedicazione del secondo Tempio, fino al 70 d.C, quando esso fu raso al suolo dall'imperatore romano Tito.
Non si era mai progettata la creazione di un terzo Tempio, se non da parte di gruppi millenaristi che collegavano il compimento di questo sogno con l'avvento dell'atteso Messia. Di conseguenza, dal 70 d.C, la pratica dei sacrifici fu abbandonata da tutti gli ebrei. Ifalasha rappresentavano l'unica eccezione a questa regola. Il racconto di Stern faceva anzi pensare che essi compissero sacrifici presso tutti i loro luoghi di culto al tempo in cui egli lavorava tra loro, nel xix secolo. Proseguendo nella mia ricerca fui in grado di accertare che questa tradizione era rimasta cos radicata, che la maggioranza dei falasha continuava tuttora a compiere sacrifici, bench la comunit fosse sempre pi esposta alle usanze dell'ebraismo moderno.
Pi consideravo questo fatto, pi mi accorgevo che esso poteva avere svariate spiegazioni. La pi evidente e affascinante di queste spiegazioni era tuttavia la pi semplice - e quindi, molto probabilmente, la pi corretta. Annotai nel mio taccuino:
Gli antenati degli attuali falasha devono essersi convertiti all'ebraismo in un'epoca in cui era ancora accettato che coloro che abitavano lontano dal santuario nazionale centralizzato praticassero sacrifici a carattere locale. Questo farebbe pensare che la conversione sia avvenuta prima del divieto di sacrifici locali imposto da re Giosia - cio non pi tardi del vn secolo a.C. e forse anche prima. Ipotesi: In un certo periodo, dopo la costruzione del Tempio di Salomone (verso l'85O a.C.) e prima di Giosia (intorno al 550 a.C), un gruppo di ebrei emigr da Israele e si stabil in Etiopia. Essi fondarono templi locali presso i quali compivano sacrifici e cominciarono a convenire alla loro fede gli indigeni di quel paese. Inizialmente, forse, mantennero dei contatti con la madrepatria ma la distanza era considerevole, ed  quindi ragionevole presumere che alla fine essi

restarono completamente isolati, e quindi che non furono toccati dalle grandi rivoluzioni del pensiero teologico che scossero il mondo ebraico nei secoli a seguire.
Questo spiega come mai i falasha siano gli unici ebrei a praticare tuttora sacrifici. Congelati come mosche nell'ambra, intrappolati in una tela ordita dal tempo, essi sono gli ultimi sopravvissuti di un giudaismo da primo Tempio.
Fin qui tutto bene. Ma domanda: perch un gruppo di ebrei avrebbe dovuto emigrare da Israele verso un luogo tanto lontano come l'Etiopia? L'epoca a cui ci riferiamo  compresa tra il X e il VII secolo a.C, non proprio l'era dei jet; gli emigranti, quindi, devono essere stati spinti da un motivo veramente, pressante. Quale pu essere stato questo motivo?
Risposta: Il Kebra Nagast non ha dubbi in proposito: gli emigranti sarebbero i figli primogeniti degli anziani di Israele, e sarebbero venuti in Etiopia insieme a Menelik per badare all'Arca dell'Alleanza che avevano sottratto dal Tempio.

Declino e caduta
Se ci che affermava il Kebra Nagast sull'avvento dell'ebraismo in Etiopia era la verit, riflettei, allora avrei dovuto trovare negli annali storici qualche elemento che dimostrasse che la fede ebraica in quel paese era stata un tempo molto pi diffusa di quanto non fosse oggi, anche perch era legata a un personaggio tanto osannato come Menelik I. Ricordavo, inoltre, che il mio vecchio amico Richard Pankhurst mi aveva accennato una volta a qualcosa di importante in questo senso. Quando avevamo lavorato insieme nel 1983, mi aveva detto che un tempo i falasha erano un popolo prospero e potente, guidato da re propri.
Feci quindi un'altra telefonata a Richard ad Addis Abeba per vedere se egli poteva indirizzarmi a qualche fonte che potesse gettar luce sul declino e sulla caduta dei falasha.
Egli mi parl di un libro che avevo gi sentito nominare: Viaggi per scoprire la sorgente del Nilo negli anni 1768-1773, scritto dall'avventuriero scozzese James Bruce di Kinnaird. Pankhurst mi consigli anche di consultare le Cronache Reali compilate durante il regno di numerosi imperatori etiopi a partire dal Medioevo: esse, mi disse, documentavano una serie di guerre che erano state combattute tra cristiani ed ebrei e potevano rivestire un certo interesse. A parte questo, aggiunse, non so proprio dove potresti reperire il genere di informazione che vuoi. Il problema  che sui falasha non  stato scritto niente di specifico prima di Bruce.
James Bruce di Kinnaird, come avrei scoperto in seguito, era un personaggio enigmatico. Appartenente a una famiglia della piccola aristocrazia dello Stirlingshire, rigidamente presbiteriana, egli aveva ereditato ricchezze sufficienti a soddisfare la sua grande passione per i viaggi oltremare. Inizialmente pensavo che fosse proprio questa sua smania di viaggiare che lo aveva attirato nel cuore delle montagne etiopi, ma quando cominciai a esaminare il suo testo sui falasha, andai gradualmente convincendomi che il suo interesse nei confronti di questo popolo era troppo forte per essere dovuto solo alla normale curiosit di un viaggiatore attento. Per parecchi anni egli aveva condotto una ricerca meticolosa sulla fede, le usanze e le origini storiche degli ebrei neri dell'Abissinia; nel frattempo, intervistando anziani e personalit religiose, aveva anche trascritto tradizioni antiche che altrimenti sarebbero andate certamente perdute.
Tra queste tradizioni ve ne era una secondo la quale il re Ezana di Axum stava leggendo i Salmi di Davide quando gli fu presentato per la prima volta Frumenzio, il giovane siriano che lo avrebbe poi convertito al cristianesimo. Bruce, inoltre, precisava che questa familiarit del re con il libro dell'Antico Testamento derivava dalla diffusa prevalenza dell'ebraismo in Etiopia a quel tempo - cio all'inizio del IV secolo d.C.
Forte di ci che ora sapevo riguardo alle usanze dei falasha, non ebbi difficolt a credere a questa affermazione. Anzi, la considerai un'ulteriore conferma dell'ipotesi che sempre pi andava formandosi nella mia mente - che, cio, una forma di fede ebraica, comprendente sacrifici di sangue, si era affermata in Etiopia almeno mille anni prima che Frumenzio si mettesse a predicare il Vangelo di Cristo.

Avrei presto trovato ulteriori conferme di ci in un vecchio e raro manoscritto etiope che un tempo si trovava nella fortezza di Magdala, prima di venire razziato dalle forze inglesi al comando del generale Napier nel XIX secolo. Intitolato Una storia e genealogia degli antichi re, esso conteneva il seguente passaggio:
Il cristianesimo fu introdotto in Abissinia, 331 anni dopo la nascita di Cristo, da Abuna Salama, il cui nome originario era Frumentos o Frumentius, A quel tempo re etiopi regnavano su Axum. Prima che l'Etiopia conoscesse la religione cristiana met degli abitanti erano ebrei che osservavano la Legge; l'altra met erano adoratori di Sando, il drago.
Il riferimento agli adoratori del drago - presumibilmente una definizione che raggruppava un po' tutti i primitivi di animistici - era interessante, poich suggeriva che il giudaismo non era affatto diventato l'unica religione di stato dell'Etiopia e che, nell'era pre-cristiana, i falasha - come tutti gli altri ebrei - avevano accettato la coesistenza di molte credenze pagane. In seguito, per, l'arrivo di una setta monoteistica militante come quella cristiana, considerata a buon diritto una minaccia alla loro preminenza e alla loro fede, deve averli messi in guardia, portandoli ad abbandonare la loro tradizionale politica di tolleranza. Particolarmente pericolosa deve essere apparsa, in questa situazione, la conversione del re assumita ed  probabile che da quel momento ebrei e cristiani siano entrati in un vortice di lotte e ostilit.
Vi erano parecchie conferme di questa analisi nello studio di Bruce. L'avventuriero scozzese dichiarava, per esempio, sui falasha:
Erano molto potenti al tempo della loro conversione al cristianesimo o, come essi la definiscono, dell'Apostasia. A quel tempo affermavano che loro sovrano era un principe della trib di Giuda, e della stirpe di Salomone e Menelik... Questo principe rifiut di abbandonare la religione dei suoi padri.
Un tale stato di cose, aggiungeva Bruce, non poteva che portare a un conflitto, poich anche i cristiani affermavano di essere governati da un re discendente dalla stirpe di Salomone. Il conflitto, dunque, quando venne, assunse subito un carattere prettamente secolare:
Anche se non vi fu spargimento di sangue a causa della differenza di religione, tuttavia, poich ciascuno aveva un re che avanzava le stesse pretese, si combatterono molte battaglie per motivi di ambizione e di rivalit tra poteri sovrani.
Bruce, per, non forniva dettagli su queste molte battaglie e neanche sui libri di storia trovai nulla a questo proposito - se non che nel vi secolo d.C, Kaleb, un re cristiano di Axum, mise insieme un grande esercito e lo condusse attraverso il Mar Nero per ingaggiare battaglia contro un monarca ebreo dello Yemen. Non era dunque probabile, riflettei, che questa campagna d'Arabia costituisse una forma di espansione di un conflitto, gi in corso proprio in Etiopia?
Nel Kebra Nagast trovai qualche spunto che parve confermare questa teoria. Verso la fine del poema era nominato esplicitamente il re Kaleb in un capitolo che traboccava di sentimenti antigiudaici: qui, senza alcuna ragione apparente, gli ebrei etiopi venivano improvvisamente definiti nemici di Dio, che meritavano di essere fatti a pezzi e di vedere le loro terre rase al suolo.
Tutto questo era detto in un contesto nel quale si attribuivano a Kaleb due figli: il primo si chiamava Israel, l'altro Gebra Ma-skal (un'espressione etiope che significava Schiavo della Croce). Era difficile non cogliere il simbolismo di un asse giudaico-cristiano (in cui la parte cristiana era rappresentata da Gebra Maskal e quella ebraica da Israel). E questa analisi si fece ancora pi credibile quando mi venne in mente che i falasha non si riferivano mai a se stessi come falasha, ma sempre come Beta Israel, cio Casa di Israele.
Il messaggio di base sembrava dunque abbastanza chiaro, ma tutto il brano era caricato da un oscuro e denso simbolismo. Parecchie volte, per esempio, mi saltarono all'occhio le parole Cocchio e Sion: quanto alla prima, non riuscivo assolutamente a capirne il senso, mentre sapevo molto bene che la seconda, Sion, era uno dei molti epiteti dell'Arca dell'Alleanza usati frequentemente nel Kebra Nagast.

Tutto divenne chiaro quando lessi che Israel e Gebra Maskal erano destinati a combattersi. Dopo questa battaglia, il testo continuava:
Dio dir a Gebra Maskal: Scegli tra il Cocchio e Sion, e lo spinger a scegliere Sion, ed egli regner apertamente sul trono di suo padre. Poi far in modo che Israel scelga il Cocchio, ed egli regner in segreto e non sar visibile.
E cos, il Kebra-Nagast concludeva:
Verr dunque posta fine al regno degli ebrei e sar costituito il Regno di Cristo... Perci Dio ha riservato al re di Etiopia una gloria, una grazia e una maest pi grandi di qualunque altro re sulla terra, per la grandezza di Sion, l'Arca della Legge di Dio.
Mi sembrava ormai, al di l di ogni ragionevole dubbio, che quello che il testo descriveva, anche se in un linguaggio arcano e simbolico, era un conflitto tra ebrei e cristiani d'Etiopia - una battaglia per la supremazia - dalla quale i seguaci della nuova religione uscirono trionfatori, mentre quelli della vecchia fede furono annientati, destinati da quel momento a vivere invisibilmente in luoghi segreti. Era anche chiaro che l'Arca dell'Alleanza - Sion - era stata il fulcro di questa lotta per il potere e che i cristiani erano in qualche modo riusciti a strapparla agli ebrei, i quali, da quel momento, dovettero accontentarsi del Cocchio, in altre parole del gradino sotto il massimo.
Proseguendo nella mia ricerca, comunque, scoprii che i falasha non avevano accettato supinamente l'invisibilit e lo status di seconda classe che i cristiani avevano cercato di imporre loro. Al contrario, vi erano prove che essi avevano, combattuto - e che lo avevano fatto con grande determinazione e per un periodo piuttosto lungo.
Il primo interessante accenno a una pressante ostilit tra ebrei . e cristiani di Abissinia  contenuto in un documento scritto da un viaggiatore del rx secolo di nome Eldad Hadani - meglio conosciuto come Eldad il Danita perch affermava di discendere dalla remota trib israelita di Dan. Non si sapeva esattamente chi fosse, n da dove venisse. In una lettera scritta nell'833, tuttavia, egli affermava che i Daniti - insieme ad altre tretrib perdute - vivevano in Etiopia, dove erano prigionieri di un permanente antagonismo con i dominatori cristiani di quel paese: Ed essi uccisero gli uomini d'Etiopia e da quel giorno combattono con i figli del regno d'Etiopia.
In seguito venni a sapere che molti studiosi consideravano El-dad un ciarlatano e la sua lettera un'inverosimile fantasia. Altri, invece, pensavano che molta parte di ci che egli aveva detto avesse una solida base reale. Io mi allineai subito, senza esitazione, alla seconda schiera - semplicemente perch i riferimenti di Eldad agli ebrei abissini corrispondevano troppo bene ai falasha per essere delle pure invenzioni. Egli affermava, per esempio, che essi erano emigrati dalla Terra Santa all'Etiopia all'epoca del primo Tempio, poco dopo la separazione dei regni di Giuda e di Israele (cio intorno al 931 a.C.). Di conseguenza, continuava, non celebravano feste istituite dopo questa data, come il Purim e la Hanukkah, e non avevano rabbini, poich questi erano del secondo Tempio e non arrivarono fino a loro.
Sapevo gi che i falasha non osservavano alcune feste, e sapevo ci che questo significava. Accertai quindi che effettivamente essi non avevano rabbini: le loro personalit religiose venivano chiamate kahen, un termine derivato dall'ebraico kohen (abbastanza familiare come il cognome Cohen, piuttosto diffuso), che significava prete e risaliva all'epoca del primo Tempio.
Tutto sommato, quindi, sembrava proprio che Eldad fosse stato effettivamente in Etiopia come aveva detto, e avesse fornito una descrizione abbastanza fedele della locale situazione dell'ebraismo a met del IX secolo d.C. Sembrava dunque plausibile anche il suo racconto riguardante le lotte tra gli ebrei abissini e i loro vicini durante questo periodo:
E la loro bandiera  bianca e sopra, in nero, vi  scritto Ascolta, Israele, il Signore nostro Dio  l'unico Dio... Sono numerosi come i granelli di sabbia del mare, non hanno altra occupazione che la guerra e, quando combattono, dicono che l'uomo potente non pu scappare, pu morire giovane, ma non scappare, pu ricevere forza nel suo cuore da Dio, e tante volte essi dicono e gridano tutti insieme, Ascolta Israele, il nostro Dio  l'unico Dio, e poi passano all'attacco.

Eldad concludeva affermando che le trib ebraiche in Etiopia avevano avuto successo nelle loro guerre e avevano posto le mani sul collo dei loro nemici. Questa, mi sembrava, non era nient'altro che una descrizione quanto mai accurata dell'effettivo equilibrio di potere tra cristiani ed ebrei nel IX e all'inizio del x secolo d.C. Era stato proprio in questo periodo, infatti, che la dinastia cristiana salomonide era stata rovesciata e, come gi sapevo da una mia precedente ricerca, questo coup d'tat era stato opera di un monarca ebraico - una grande regina chiamata Gudit (o Judit, o forse Yehudit).
Come ho sottolineato nel capitolo 5, il breve e sanguinoso regno di Gudit fu seguito, forse mezzo secolo pi tardi, dall'istituzione della dinastia Zagwe, alla quale apparteneva il re Lalibela. Anche se in origine dovevano essere ebrei, essi si convertirono in seguito al cristianesimo, e successivamente (una cinquantina d'anni dopo la morte di Lalibela) abdicarono in favore di un monarca che vantava una discendenza da Salomone.
Capii ben presto che l'interregno Zagwe non aveva affatto modificato la cronica condizione di conflitto tra ebrei e cristiani di Abissinia. Nel prosieguo delle mie ricerche appresi che Beniamino di Tudela, un mercante spagnolo del xn secolo che aveva molto viaggiato, aveva parlato dell'esistenza di ebrei in Etiopia che non erano sotto il giogo dei Gentili e che avevano citt e castelli sulla cima delle montagne. Egli parl di guerre contro i cristiani dalle quali i falasha uscivano quasi sempre vittoriosi, con tanto di spoglie e bottino a volont perch nessun uomo poteva avere la meglio contro di loro.
Poi, nel XV secolo, il viaggiatore ebraico Elia di Ferrara rifer di aver incontrato un giovane falasha a Gerusalemme e che questi gli aveva raccontato di come i suoi correligionari preservavano la loro indipendenza in una regione montuosa dalla quale lanciavano continue guerre contro gli imperatori cristiani di Etiopia.
Circa un secolo dopo il vescovo gesuita di Oviedo afferm che i falasha si nascondevano in grandi e inaccessibili montagne e hanno spossessato i cristiani di molte loro terre, e i re di Etiopia non sono riusciti a sottometterli, perch hanno eserciti piccoli, ed  molto difficile penetrare nel groviglio dei loro monti.

Questo vescovo, tuttavia, si sbagliava. Le sue affermazioni datano 1557 - un periodo in cui, lungi dallo spossessare qualcuno, i falasha erano in realt sotto il pressante attacco delle forze cristiane, inclini, almeno apparentemente, al genocidio. Sarsa Dengel, l'imperatore della dinastia salomonide che regn dal 1563 al 1594, condusse per 17 anni una guerra contro di loro - una guerra descritta da un autorevole studioso come una vera crociata, ispirata dal fanatismo religioso.
Durante questa guerra, che vide brutali assalti contro le roccaforti falasha sui monti Simien a ovest e a sud del fiume Tacazz, gli attaccati si comportarono con grande dignit. Persino l'adulatorio cronista di Sarsa Dengel non pot evitare di esprimere ammirazione per il coraggio di un gruppo di donne ebree che, piuttosto che essere catturate e violentate dagli uomini dell'imperatore, si gettarono da un dirupo al grido di Adonai (Dio), aiutami.
In seguito fu fatto prigioniero il re falasha Radai. I vincitori si offrirono di salvargli la vita se avesse chiesto misericordia alla Vergine Maria, promettendogli invece la morte se non lo avesse fatto; si dice che egli abbia risposto: Non  proibito pronunciare il nome di Maria? Fate presto! Preferisco passare da un mondo di menzogna a un mondo di giustizia, dall'oscurit alla luce; uccidetemi, presto. Il generale dell'imperatore, Yonael, rispose: Se preferisci morire, muori da uomo e piega la testa. Radai si pieg e Yonael lo colp con una grande spada: il primo colpo decapit all'istante il monarca falasha e gli trapass anche le ginocchia, quindi la spada and a conficcarsi per terra. Si dice che coloro che assistettero a questa orribile scena ammirarono il coraggio della morte dell'ebreo che dichiar che le cose di questo mondo sono il male e che quelle del cielo sono il bene.
Verso la fine della stessa campagna anche le ultime due roccaforti falasha sui monti Simien furono attaccate e sopraffatte. In entrambi i casi i capi e i loro uomini scelsero il suicidio piuttosto che la cattura.
Questo, tuttavia, non pose fine alle persecuzioni. Anzi, atrocit ben peggiori vennero compiute dopo il 1607, quando sal al trono l'imperatore Susneyos: questi lanci un vero e proprio pogrom contro tutti i falasha che ancora vivevano nella vasta regione montuosa tra il Lago Tana e i monti Simien. Durante i successivi vent'anni di ingiustificabile massacro vennero uccisi migliaia di ebrei e i loro figli venduti come schiavi. Ai pochi sopravvissuti, secondo il dettagliato resoconto del viaggiatore scozzese James Bruce:
Fu ordinato, pena la morte, di rinunciare alla loro religione, e di farsi battezzare. Ed acconsentirono, vedendo che non vi era rimedio... Molti di essi si fecero battezzare volontariamente, e tutti vennero costretti a lavorare la terra nel giorno del Sabbath.
Il risultato di tutta questa opera di sistematica e vendicativa oppressione fu che gli ebrei di Etiopia vennero per sempre privati di quell'autonomia di cui avevano un tempo goduto - e questo acceler la loro caduta nell'oscurit. Riguardando i frammentari documenti storici a mia disposizione, scoprii che era perfino possibile tracciare un grafico numerico di questa graduale scomparsa dalla storia.
Intorno al 1600, per esempio, si diceva che i falasha avessero qualcosa come 100.000 uomini effettivi: presumendo che vi fosse un uomo effettivo per ogni famiglia di cinque persone, potremmo affermare che in quel periodo la popolazione ammontava a circa 500.000 persone. Quasi 300 anni dopo, alla fine del XIX secolo, lo studioso ebreo Joseph Halvy quantific la popolazione in circa 150.000 persone, che erano scese a 50.000 alla fine del primo quarto del XX secolo - secondo l'attendibilissima stima di un altro ricercatore ebreo, Jacques Faitlovich. Sessantanni pi tardi, nell'anno della carestia del 1984, si stimava che la popolazione ebraica dell'Etiopia si fosse ridotta a 28.000 individui.
A questo punto non avevo pi dubbi: lo spartiacque era da porre all'inizio del xvn secolo, in corrispondenza delle campagne di Susneyos, che certamente avevano vinto la resistenza dei falasha. Prima, essi erano stati una stirpe popolosa e potente, con re e regni propri; dopo, assoggettati e battuti, subirono un inesorabile declino, anche numerico.
La registrazione storica, quindi, appianava la contraddizione che avevo avvertito nel cercare di spiegarmi come mai i falasha

apparissero ora pi che altro delle vittime, se era vero che l'ebraismo era stato portato in Etiopia da una figura condotta tanto in trionfo come Menelik I - che aveva anche portato cori  la Sacra Arca dell'Alleanza, la pi preziosa e prestigiosa reliquia del mondo antico. Mi accorgevo ora che non vi era alcuna contraddizione; anzi, uno scenario in cui la religione ebraica avesse un tempo goduto di grande influenza suggeriva l'unico motivo possibile per queste atroci persecuzioni, uccisioni e schiavizzazioni di massa che Susneyos e altri imperatori cristiani avevano inflitto ai loro compatrioti falasha. In poche parole, questo strano comportamento, apparentemente psicopatico, trovava una sua logica, per quanto contorta, nel fatto che forse i cristiani avevano effettivamente temuto la possibilit di un rigurgito di ebraismo - e questa paura derivava forse proprio dal fatto che questa fede monoteistica rivale aveva un tempo rappresentato un elemento estremamente forte e duraturo del mondo etiope.
Il compimento del desiderio del cuore...
Tutto questo, a mio parere, sembrava confermare che l'ebraismo fosse arrivato in Etiopia molto prima del cristianesimo e apportava anche qualche elemento di prova alla leggenda della sottrazione dell'Arca da parte di Menelik. Tirando le somme, i dati in mio possesso fino a questo momento erano:
- Le arcaiche tradizioni dei falasha sui sacrifici di sangue, come pure altre loro usanze religiose, gettavano forti ombre sulla concezione accademica ortodossa che attribuiva un'origine piuttosto tarda (e sud-arabica) all'ebraismo etiope. L'evidenza dei fatti sembrava invece dimostrare che la fede ebraica era giunta in Etiopia all'epoca del primo Tempio e qui era in seguito rimasta isolata. Inoltre, la spiegazione pi plausibile del perch e del come l'ebraismo avesse messo cos presto radici nel cuore dell'Africa era fornita dal Kebra Nagast; poich la storia della sottrazione dell'Arca rappresentava un elemento fondamentale di quel racconto, ne conseguiva che la pretesa dell'Etiopia di possedere la sacra reliquia meritava quanto meno di essere presa sul serio.

- Vi erano prove dell'importanza e della potenza della fede ebraica inEtiopia molto tempo prima dell'arrivo del cristianesimo nel IV secolo. Vi erano anche prove del fatto che ebrei e cristiani si erano in seguito impegnati in una lunga lotta all'ultimo sangue. Da questa lotta eranousciti vincitori i cristiani - che, nel frattempo, si erano impossessati dell'Arca dell'Alleanza. Col tempo essi l'avevano incorporata nelleproprie, non-ebraiche, cerimonie religiose. E questa era l'unica spiegazione soddisfacente per quella che sarebbe stata in altro caso un'incomprensibile anomalia - cio il ruolo cruciale, unico nel mondo cristiano,svolto in tutte le chiese etiopi dalle copie di una reliquia antico-testamentaria.
- Queste copie rappresentavano il contenuto dell'Arca, cio le tavole di pietra, piuttosto che l'Arca stessa. Questo particolare in origine miaveva confuso ma ora capivo che non era che un esempio di una cultura economica con i suoi simboli. Ognuna delle oltre 20.000 chiese ortodosse di Etiopia custodiva nel proprio tabernacolo un tabot. Dietro questi tabotat  e direttamente responsabile del terrore superstizioso che ispiravano in tutta la popolazione - stava un oggetto misterioso e potente. Mi pareva a questo punto estremamente probabile che questo oggetto fosse davvero l'Arca dell'Alleanza.
Naturalmente vi erano ancora parecchi punti oscuri. Tra questi l'importante problema dell'identit etnica della regina di Saba (poteva davvero essere etiope?). Legato a questo, e all'incirca dello stesso peso, era un altro legittimo dubbio sollevato dagli esperti: era veramente possibile che all'epoca di Salomone l'Etiopia possedesse un livello tanto alto di civilt da stringere un contatto culturale diretto con l'antico Israele? Vi era infine il problema di Axum - sul quale Richard Pankhurst aveva attirato la mia attenzione nel 1983: la citt sacra non esisteva affatto al tempo di Salomone e perci l'Arca non poteva certo esservi stata portata. Questo, naturalmente, non precludeva la possibilit che la reliquia fosse stata depositata in qualche altro luogo dell'Etiopia e successivamente trasferita ad Axum; ma se era cos, qual era questo altro luogo e perch non ne avevo mai trovato alcun cenno nelle fonti?
Sapevo bene che alla fine avrei dovuto cercare una risposta a queste domande. Ve ne erano per anche altre. In verit era forse intrinseca nella natura occulta e recondita dell'Arca dell'Alleanza la caratteristica di generare continuamente domande, confusioni,

ambiguit ed equivoci. D'altra parte non ci si poteva certo aspettare che un oggetto tanto raro e prezioso, intriso di un tale potere, venerato da secoli e secoli con tanto fervore - e carico dell'energia soprannaturale di Dio - rivelasse facilmente i suoi segreti al primo che ne faceva richiesta.
Sentivo, tuttavia, che le prove che avevo raccolto a sostegno della pretesa dell'Etiopia di possedere l'Arca erano per lo meno sufficienti a spingermi a non abbandonare le ricerche. Inoltre, quando misi a confronto queste prove con i risultati dell'esercizio di decodificazione che avevo compiuto sul Parzwal di Wol-fram, trovai alquanto difficile resistere alla conclusione che due pi due dovesse effettivamente fare quattro.
In breve, tenendo presente ci che ora sapevo, non mi stupiva affatto che il filone clandestino di ricerca che avevo individuato si fosse concentrato sulle montagne abissine. Dopo tutto, per un gruppo di cavalieri la cui identit stessa era strettamente legata ai misteri del Tempio di Salomone, nessuna reliquia storica poteva essere pi adeguata dell'Arca come oggetto di gesta cavalieresche. Per lo stesso ragionamento, vi era un solo paese in cui queste gesta potevano essere compiute con qualche speranza di successo - un paese che poteva vantare un culto tuttora vivente dell'Arca e un'eredit salomonica, e che affermava con sufficiente credibilit di possedere addirittura l'Arca.
Ero certo, quindi, di non sbagliare nella mia ipotesi che i Templari avessero intrapreso una ricerca in questo senso in Etiopia alla fine del xn secolo, e pensavo che essi avessero effettivamente trovato la preziosa reliquia che Wolfram aveva descritto come il compimento del desiderio del cuore. Tuttavia, come racconter nel prossimo capitolo, pensavo anche che alla fine essi l'avessero nuovamente perduta, che l'Arca fosse stata strappata dalle loro mani e che i Templari fossero stati costretti a lasciare l'Etiopia senza di essa.
Perch pensavo questo? perch alcuni intrepidi uomini continuarono a recarsi in Etiopia in cerca dell'Arca molto tempo dopo la totale distruzione dei Cavalieri del Tempio di Salomone nel XIV secolo. Inoltre, bench provenissero da terre diverse, e si fossero mossi in periodi diversi, tutti questi tardi avventurieri erano direttamente legati ai Templari e avevano ereditato le loro tradizioni.


Capitolo Settimo UNA RICERCA SEGRETA E SENZA FINE

Dal I al vi secolo d.C. l'impero localizzato attorno alla citt di Axum, nell'Etiopia settentrionale, pot a buon diritto annoverarsi tra i pi potenti e prosperi del mondo allora conosciuto. Trattava su un piano di parit con Roma e la Persia e le sue navi venivano accolte in porti lontani come quelli di Egitto, India, Cey-lon e Cina. Raggiunse alti livelli dal punto di vista architettonico e artistico e divenne il primo bastione del cristianesimo nell'Africa sub-sahariana, adottando la nuova fede come religione ufficiale all'inizio del IV secolo (casualmente, proprio nello stesso periodo in cui avvenne la miracolosa conversione di Costantino il Grande).
Nel VE secolo, tuttavia, la luce di Axum aveva gi cominciato ad affievolirsi; le sue missioni all'estero erano ormai molto rare e la sua potenza militare, un tempo formidabile, era ora pi che mai in declino. Questo netto cambiamento, che sfoci alla fine in un totale isolamento, era strettamente collegato con l'avanzare delle bellicose forze dell'Islam e con l'accerchiamento del cristianesimo abissino durante e dopo l'epoca del profeta Maometto (570-632). Circondati dai nemici della loro religione, scrisse Edward Gibbon nel suo Declino e caduta dell'impero romano, gli etiopi si addormentarono per quasi un millennio, dimentichi del mondo dal quale erano stati dimenticati. Il millennio al quale il grande storico inglese si riferiva dur all'incirca dal vn al XVI secolo e durante questo periodo si pu francamente dire che l'Etiopia in pratica scomparve dalla coscienza del mondo. Un tempo ben conosciuto dagli stranieri e meta abbastanza frequente di viaggi, questo paese cristiano nelle lontane regioni montuose dell'Africa si trasform gradualmente in un regno misterioso di mito e magia, nel quale si credeva che vivessero draghi e mostri di ogni genere - una terra sconosciuta dove nessuno osava (o voleva) avventurarsi.
Si potrebbe cedere alla tentazione di presumere che gli abissini fossero tornati a una condizione di barbarie o di stagnazione durante il lungo buco nero della loro storia, ma dalle mie ricerche sapevo che non era affatto cos: anzi, come dimostravano le straordinarie chiese di Lalibela intagliate nella roccia, si era preservata ovunque una cultura ricca e tipica di quel paese. Inoltre, bench questa cultura fosse ripiegata su se stessa e non si fidasse affatto delle potenze straniere, era stata comunque in contatto con il mondo esterno: lo stesso principe Lalibela aveva trascorso 25 anni di esilio a Gerusalemme nella seconda met del xn secolo, ed era proprio da Gerusalemme che era tornato in Etiopia per rivendicare il suo regno e per costruire le chiese monolitiche che ora portavano il suo nome.
Come sottolineato nel capitolo 5, le mie scoperte mi avevano convinto della possibilit che Lalibela fosse stato accompagnato da un contingente di Templari quando aveva lasciato la Terra Santa nel 1185 per riguadagnare il suo trono. Questi cavalieri, a mio parere, erano stati spinti anzitutto dal desiderio di trovare l'Arca dell'Alleanza in Etiopia; in secondo luogo mi sembrava logico supporre che essi fossero pi che desiderosi di assistere il principe nei suoi obiettivi politici, poich cos facendo avrebbero certamente acquistato una forte influenza.
Il lettore ricorder che in seguito io venni a sapere di una tradizione etiope che parlava di un coinvolgimento di misteriosi uomini bianchi nella costruzione delle chiese di Lalibela. Questa tradizione era molto antica; anzi, era gi molto antica quando era stata registrata, all'inizio del XVI secolo, da un visitatore portoghese, padre Francisco Alvarez. Sapevo che i Templari erano stati grandi costruttori e architetti, e mi era perci difficile resistere alla conclusione che essi potessero effettivamente essere gli uomini bianchi che avevano partecipato alla creazione dei

grandi monoliti scolpiti nella roccia. Inoltre, poich ci vollero 24 anni per costruire le chiese, i Templari devono aver goduto a lungo di una posizione di preminenza in Etiopia e forse avevano progettato un coinvolgimento ancora pi a lungo termine negli affari di quel paese.
Questa convinzione andava rafforzandosi a mano a mano che proseguivo nelle mie ricerche. Ma per poterne spiegare il motivo,  anzitutto necessario che il lettore sappia che cosa successe ai Templari durante  immediatamente dopo la brutale soppressione dell'Ordine avvenuta all'inizio del xrv secolo; ed  anche opportuno incrociare questi fatti con alcuni avvenimenti che si ve-rificarono in Etiopia all'incirca nello stesso periodo.
Un periodo avvolto dalle tenebre
Fondato nel 1119 e riconosciuto ufficialmente dalla Chiesa nel 1128 al Sinodo di Troyes, l'Ordine dei Templari sal subito a una posizione di grande potere internazionale, ricchezza e prestigio - una posizione dalla quale era per destinato a cadere nel giro di un paio di secoli. La storia di questo catastrofico crollo  stata gi troppo frequentemente e diffusamente raccontata perch io ne parli ancora in questa sede; baster ricordare che, improvvisamente, venerd 13 ottobre 1307 tutti i Templari che risiedevano in Francia vennero arrestati. Fu un'azione ben congegnata, cominciata all'alba, che vide centinaia di assalti simultanei alle propriet dei Templari compiute da ufficiali del re di Francia, Filippo IV. A sera, erano ormai 15.000 le persone in catene e, nell'immaginario collettivo, la data di venerd 13 si era conquistata una fama tutta sua, come il giorno pi sfortunato e di cattivo auspicio di tutto il calendario.
Le accuse mosse contro i Templari per giustificare il loro improvviso e umiliante arresto erano sinistre almeno quanto erano false. Si disse, per esempio, che essi negavano Cristo e sputavano sulla sua immagine, e che si scambiavano baci indecenti in spregio alla dignit umana, secondo il rito profano dell'ordine (questi baci sarebbero stati dati sull'ano, sull'ombelico e sulla

bocca di ogni iniziato all'atto della sua investitura). Si diceva anche che essi attuassero molte altre pratiche omosessuali (che venivano richieste senza possibilit di rifiuto) e che compissero sacrifici agli idoli.
A quel tempo (e fino al 1377) la residenza ufficiale del papato era la citt di Avignone, in Provenza. Non  il caso di spiegare qui i motivi del trasferimento dal Vaticano. Naturalmente, il fatto che la Santa Sede si fosse spostata in un luogo tanto vicino al territorio francese dava al re Filippo una grande influenza sul papa, che era in quel momento Clemente V, incoronato a Lione nel 1305, alla presenza di Filippo stesso. E questa influenza si esercit a danno dei Templari, di cui Filippo era deciso a ottenere la distruzione, non soltanto in Francia, ma in qualsiasi altro paese in cui essi avessero messo radici. A questo fine il monarca francese fece pressione su Clemente V, il quale, detto fatto, eman una bolla (Pastoral praeeminentiae, 22 novembre 1307) in cui ordinava l'arresto dei Templari in tutto il mondo cristiano.
Si procedette dunque in questo senso in Inghilterra, Spagna, Germania, Italia e Cipro e, nel 1312, un'altra bolla del papa-fantoccio decretava ufficialmente la soppressione dell'Ordine. Intanto migliaia di Templari avevano dovuto subire le pi orrende torture e inquisizioni. Molti furono poi messi al rogo: tra questi il Gran Maestro Jacques de Molay e il Precettore di Normandia, Geoffroi de Charnay.
Non  mia intenzione entrare nei dettagli della persecuzione, del processo e della distruzione dei Templari; mi ero interessato alla materia solo perch ero convinto che i Templari fossero andati alla ricerca dell'Arca in Etiopia alla fine del xn secolo. Avendo intravisto la possibilit che un gruppo di cavalieri avesse accompagnato Lalibela da Gerusalemme nel 1185, mi chiedevo che fine avessero fatto in seguito - e questa curiosit mi port a cercare degli indizi nella storia successiva dell'Ordine dei Templari.
Questa storia, naturalmente, era piuttosto breve: meno di 130 anni dopo l'avvento di Lalibela al trono d'Etiopia i Templari erano caduti in disgrazia, torturati e arsi sul rogo. Le loro terre e i loro beni erano stati divisi tra le case regnanti d'Europa; il loro

Ordine non esisteva pi; e il loro buon nome era stato macchiato dalle accuse di sodomia, empiet e idolatria.
Nei resoconti dell'ultimo secolo della loro esistenza, poi, non riuscii a trovare alcun indizio che supportasse la teoria di una massiccia attivit di ricerca dei Templari in Etiopia: dopo l'inizio del xni secolo la traccia spariva; da quel momento fino agli arresti del 1307 sembra che l'ordine fosse impegnato unicamente nelle sue campagne nel Vicino Oriente e nella costruzione del proprio apparato di potere e ricchezza.
Dove altro potevo trovare le informazioni che cercavo? Erano ben poche le opere che tentavano di tracciare un quadro degli sviluppi storici in Etiopia nel periodo che mi interessava. Sapevo per che James Bruce aveva fatto del suo meglio per raccogliere e registrare antiche tradizioni durante la lunga visita che aveva compiuto nel xvn secolo. Mi rivolsi quindi ai suoi Viaggi - che ora tenevo sempre sulla scrivania.
Proprio come speravo, verso la fine del primo volume trovai parecchie pagine dedicate al regno di Lalibela. Purtroppo la maggior parte di ci che aveva scritto l'avventuriero scozzese non interessava la mia ricerca; vi era per un particolare che attir la mia attenzione. Rifacendosi a storie e tradizioni... ritenute per lo pi autentiche in Etiopia, Bruce riferiva che Lalibela aveva concepito un progetto per ridurre la corrente d'acqua nel sistema fluviale del Nilo al fine di affamare l'Egitto. Dopo una stima e un calcolo esatto, sembra che questo illustre monarca della dinastia Zagwe avesse accertato che:
Correvano in cima, nella parte pi alta (dell'Etiopia), parecchi corsi d'acqua che potevano essere intercettati con mine, in modo da deviare la loro corrente nella piana verso sud, invece che farla congiungere al Nilo, aumentandone la portata, e farli dirigere verso nord. In tal modo il fiume non avrebbe mai potuto raggiungere le piene necessarie all'agricoltura dell'Egitto.
Un tale progetto, non potei fare a meno di pensare, sarebbe . certamente andato benissimo per le ambizioni dei Templari, i quali, verso la fine del regno di Lalibela (1211) avevano cominciato a prefiggersi di conquistare l'Egitto: in questo periodo si

combatterono parecchie battaglie sulle rive del Nilo, e i Templari spesero pi di un anno nell'assedio della fortezza araba a Damietta, nel delta del Nilo. Non vi era dubbio, quindi, che un Egitto affamato e indebolito sarebbe stato per loro una manna.
Alla fine, tuttavia, questa deviazione dei fiumi non si fece. La morte, la solita nemica di queste imprese grandiose, si mise in mezzo e pose un termine a questo progetto di Lalibela. Bruce aggiunse quindi un commento sugli ultimi due monarchi della dinastia Zagwe:
A Lalibela successe Imrahana Christos, non degno di nota se non per il fatto di essere figlio di un padre come Lalibela, e di aver generato un figlio come Naakuto Laab; entrambi si distinsero per opere straordinarie, bench diverse nel loro genere. Delle prime, quelle del padre, abbiamo gi parlato: esse consistevano in grandi opere meccaniche. L'altra, invece, fu un'operazione della mente, di natura ancora pi difficile, una vittoria sull'ambizione, la volontaria abdicazione di una corona.
Conoscevo gi i dettagli storici che seguivano. Nel 1270, Naakuto Laab, l'ultimo degli Zagwe, fu persuaso ad abdicare in favore di un certo Yekuno Amlak, un monarca che vantava una discendenza da Salomone. Questo re, come il lettore ricorder, stava aspettando la sua occasione nella lontana provincia di Shoa, dove la dinastia salomonide era sopravvissuta grazie ai discendenti dell'unico principe reale che era sfuggito all'insurrezione della regina ebrea Gudit nel x secolo.
Bruce aveva poco o niente da dire sullo stesso Yekuno Amlak, sul suo immediato successore, Yagba Zion (1285-94), e su We-dem Ara'ad (che regn fino al 1314). Sembrava quasi che i metodi di ricerca, di solito assai meticolosi, sui quali il viaggiatore scozzese si era basato avessero in questo caso fallito, non riuscendo a cogliere nessuna informazione importante riguardo al secolo che segu la morte di Lalibela, avvenuta nel 1211: Tutto questo periodo  avvolto nelle tenebre, si lamentava Bruce. Potremmo fare delle ipotesi, ma poich non siamo in grado di accertare niente, non vale la pena di darsi tanto da fare.

Simili tenebre, gi lo sapevo, avvolgevano anche il periodo precedente l'avvento di Lalibela al trono. Mi ritrovavo perci con una messe di domande senza risposta. Tra queste, di gran lunga la pi importante concerneva l'Arca dell'Alleanza: dovevo assolutamente sapere che cosa ne era stato dell'Arca durante i 300 anni (dal X al xm secolo) in cui la linea di discendenza salomonide era stata interrotta. E dovevo anche sapere se i Templari avevano avuto accesso diretto alla sacra reliquia se, come supponevo, essi si erano stabiliti in Etiopia durante il regno di Lalibela.
Ancora una volta telefonai allo storico Belai Gedai ad Addis Abeba per vedere se poteva illuminarmi con la sua conoscenza delle tradizioni locali.
Nel X secolo, egli mi disse, noi etiopi diciamo che l'Arca fu portata via da Axum dai sacerdoti e dal popolo al fine di salvaguardarla dalle razzie della regina Gudit, e diciamo che fu trasferita in un'isola sul Lago Zwai..,.
Vuoi dire nella Rift Valley, a sud di Addis Abeba?.
S.
Beh,  un bel po' di strada da Axum.
S, ma era la distanza minima perch stesse al sicuro. Gudit era ebrea, sa, voleva estendere la religione dei falasha a tutto il paese e voleva distruggere il cristianesimo. Arriv ben presto a bruciare e razziale le chiese ad Axum. Cos i sacerdoti portarono via l'Arca per non farla cadere nelle sue mani, e la portarono molto lontano - fino allo Zwai! - dove erano sicuri che sarebbe stata fuori dal suo raggio d'azione.
Sa per quanto tempo rimase sull'isola?.
Secondo le nostre tradizioni essa rimase l per 70 anni e poi fu riportata ad Axum.
Ringraziai Gedai per il suo aiuto e posai il ricevitore. Ci che mi aveva detto corrispondeva - pi o meno - col quadro storico dell'Etiopia medioevale che ero andato faticosamente ricostruendo. Sapevo che Gudit era rimasta sul trono d'Etiopia per alcuni anni dopo aver deposto i Salomonidi; e sapevo anche che a lei era succeduto il primo monarca della dinastia Zagwe, egli stesso probabilmente ebreo.
In seguito, tuttavia (e certamente prima dell'epoca di Lalibela),

gli zagwe si erano convertiti al cristianesimo. Era dunque possibile che essi avessero permesso il ritorno dell'Arca nella sua antica sistemazione ad Axum - dove, presumibilmente, essa si trovava ancora quando era salito al trono Lalibela.
Molto importante, in questo contesto, era la testimonianza del geografo armeno Abu Salih, che, nel suo Chiese e Monasteri dell'Egitto e di alcuni paesi vicini aveva raccontato di aver visto personalmente l'Arca in Etiopia. Da alcuni elementi testuali (come spiegava nell'Introduzione il traduttore e curatore del testo) si deduceva che esso era stato scritto nei primi anni del xm secolo - in altre parole proprio durante il regno di Lalibela. E poich Abu Salih non specificava in nessun punto la citt nella quale aveva visto la sacra reliquia, non vi erano ragioni per escludere che quella citt fosse Axum. Inoltre, rileggendo, il brano pi importante, fui colpito da alcune parole a cui prima non avevo fatto caso. Nel descrivere il trasporto dell'Arca durante alcune cerimonie religiose, il geografo precisava che essa era curata e trasportata da portantini che erano di carnagione bianca e rossa, con capelli rossi.
Elettrizzato e pieno di entusiasmo, mi accorsi che mi trovavo davanti a una seconda testimonianza, autentica e antica, che suggeriva la presenza di misteriosi uomini bianchi in Etiopia al tempo di re Lalibela (e la cosa era tanto pi sicura in quanto in un'altra autorevole traduzione dello stesso brano si diceva, invece che capelli rossi, capelli biondi). gi Alvarez mi aveva messo sull'avviso citando la vecchia tradizione secondo cui erano stati degli uomini bianchi a costruire le magnifiche chiese intagliate nella roccia - una tradizione che corrispondeva perfettamente a quello che sapevo sulle avanzate cognizioni architettoniche dei Templari. Ora, a sostegno della mia teoria, ecco, con un salto all'indietro di sette secoli, Abu Salih con la sua elettrizzante notizia che uomini di carnagione bianca e rossa, uomini con capelli rossi o perfino biondi - uomini, insomma, che sembravano provenienti dal Nord Europa - erano strettamente e direttamente collegati proprio con l'Arca dell'Alleanza.
La possibilit che questi uomini potessero essere Templari era molto allettante, ma ciononostante la mia ricerca continuava a

rimanere arenata all'inizio del xm secolo e tutte le mie domande continuavano a non avere una risposta. Ammettendo che questi europei del Nord visti da Abu Salili fossero stati davvero Templari, si erano essi accontentati di trasportare di tanto in tanto la reliquia o avevano cercato di portarla via dall'Etiopia e di trasferirla in Europa? E soprattutto, se avevano provato, vi erano riusciti?
Dovevo ammettere che su tutti questi punti ero bloccato dall'assoluta mancanza di informazione storica. I Templari erano stati senza dubbio tanto ossessivamente segreti, che non mi sorprendeva affatto che persino i loro documenti e resoconti dicessero cos poco. N mi erano di alcun aiuto gli annali etiopi: dopo aver esaminato una schiera di fonti diverse, fui costretto ad accettare il fatto che il secolo successivo alla morte di re Lalibela era stato davvero un periodo avvolto nelle tenebre, proprio come aveva osservato James Bruce. Non si sapeva quasi nulla di ci che era avvenuto in quegli anni.
Cominciavo a essere pessimista sulla possibilit di rompere questo muro di silenzio; tuttavia telefonai ugualmente a Richard Pankhurst ad Addis Abeba e gli chiesi se vi era qualche fonte che potesse suggerire l'esistenza di contatti di qualsiasi genere tra etiopi ed europei nel periodo in questione.
Non che io sappia, prima del 1300, rispose.
E dopo il 1300? Mi pare che il primo contatto documentato con gli europei fosse quello con la missione portoghese che arriv in Etiopia nel 1520.
Non proprio. Prima di quella data vi fu qualche altra missione che viaggi nella direzione opposta - cio dall'Etiopia verso l'Europa. E si da il caso che la prima di queste missioni fu inviata proprio meno di un secolo dopo la morte di Lalibela - cio proprio nel periodo che ti interessa.
Mi alzai di scatto dalla sedia: Non sai per caso la data esatta?.
S che lo so. Fu nel 1306, e si tratt di una missione di tutto rispetto: fu mandata dall'imperatore Wedem Ara'ad ed era formata, credo, da circa 30 membri.
Ti ricordi quel era lo scopo di questa missione?.

Non ne sono troppo sicuro. Dovresti controllare sulle fonti. Comunque so per certo che essa era diretta ad Avignone, nel sud della Francia.
Una soluzione finale?
Richard non se ne era accorto, ma aveva appena fatto scoppiare una vera e propria bomba. Avignone era la sede del papato al tempo di Clemente V - il quale era stato incoronato a Lione nel 1305 alla presenza di re Filippo di Francia. Inoltre, come gi sapevo, era stato proprio Clemente V a ordinare l'arresto dei Templari in tutti i territori cristiani nel 1307. Ora venivo a sapere che una delegazione etiope di alto livello (la prima che fosse mai stata mandata in Europa) si era recata ad Avignone nel 1306, giusto un anno prima degli arresti. Era proprio tutto solo una coincidenza? O vi era sotto, forse, un rapporto causa-effetto? Per poter rispondere a queste domande dovevo ora cercare di stabilire se i legati abissini si erano effettivamente incontrati con il papa durante la loro visita e, se s, che cosa si erano detti.
La fonte originale di informazione per la missione del 1306 era un cartografo genovese, Giovanni da Carignano, che aveva svolto la sua attivit negli anni compresi tra il 1291 e il 1329. Mi incurios molto scoprire che questo stesso Carignano era stato il primo ad affermare dopo secoli di confusione (vedi capitolo 4), che il regno di Prete Gianni si trovava in Africa invece che in India.
Carignano aveva incontrato i membri della missione etiope quando questi erano passati da Genova nel 1306 sulla via del ritorno da Avignone. A causa dei venti contrari, essi avevano trascorso molti giorni nel porto italiano e qui il cartografo aveva posto loro alcune domande sui loro riti, usanze e religioni.
Purtroppo, per, il trattato di Carignano contenente tutte leinformazioni che gli etiopi gli avevano fornito era andato perduto;tutto ci che ne restava era un breve estratto conservato in una cronaca di Bergamo del tardo XVI secolo scritta da un certo Jacopo Filippo Foresti.

Riuscii faticosamente a mettere le mani su una traduzione inglese dell'estratto in questione. Essa consisteva in un unico paragrafo in cui Foresti lodava e poi riassumeva il trattato di Carignano:
Tra le molte cose scritte in esso circa lo stato degli (Etiopi)... si dice che il loro imperatore  veramente cristiano, e che a lui obbediscono innumerevoli principi... Si sa che questo imperatore nell'anno del Signore 1306 mand-30 legati (che)... si presentarono riverentemente davanti al papa Clemente V ad Avignone.
E questo, a parte qualche altro fronzolo e il gi citato riferimento a Prete Gianni, era tutto ci che si sapeva della prima missione etiope inviata in Europa. Per quanto scarni fossero questi dati, essi comunque confermavano i miei sospetti, affermando che i legati avevano effettivamente incontrato papa Clemente V - e che ci era avvenuto circa un anno prima che questi autorizzasse l'arresto di massa dei Cavalieri Templari. Nulla si diceva sulla sostanza dell'incontro; n vi era il minimo indizio sia perch l'imperatore diEtiopia fosse tanto ansioso di entrare in contatto con papa Clemente V nell'anno 1306. Con tutta probabilit, comunque, Wedem Ara'ad non avrebbe certo mandato una missione cos nutrita, senza precedenti, se non avesse avuto i suoi buoni motivi. E adesso avevo piena libert di ragionare su quali potevano essere questi motivi.
Dopo aver aperto il mio taccuino di appunti, mi annotai la seguente serie di proposizioni, congetture e ipotesi:
Presumiamo per il momento che i Templari siano effettivamente andati da Gerusalemme in Etiopia con il principe Lalibela nel 1185 - e che lo abbiano aiutato a salire sul trono. Presumiamo che gli uomini bianchi che si dice abbiano costruito le chiese di Lalibela fossero effettivamente Templari.
Presumiamo anche che gli uomini bianchi che furono visti fungere da portantini dell'Arca dell'Alleanza in Etiopia all'inizio del xm secolo fossero questi stessi Templari.
Ne consegue che l'ordine era riuscito a conquistare una posizione di
potere, fiducia e influenza presso Lalibela e presso la dinastia Zagwe
alla quale egli apparteneva. Pertanto sarebbe ragionevole pensare che
anche gli ultimi due monarchi Zagwe (Imrahana Christos e Naakuto
: Laab) avessero un buon rapporto con i Templari ai quali forse continuarono a garantire un accesso privilegiato all'Arca.

Presumiamo che sia andata proprio cos e che durante i 60 anni che seguirono la morte di Lalibela, avvenuta nel 1211, ai Templari fosse stato consentito di accostarsi alla sacra reliquia ma non, ovviamente, di portarla fuori dall'Etiopia. Forse essi progettarono di farlo e attesero fino a che si fosse presentata un'occasione favorevole. Nel frattempo, a mano a mano che i primi cavalieri giunti in Etiopia invecchiavano, l'Ordine li avr forse rimpiazzati con altri provenienti dalla Terra Santa. Non vi era motivo di affrettare troppo le cose; anzi, per il momento andava bene che l'Arca stesse in Etiopia. Questo stato di cose doveva per subire un brusco cambiamento nel 1270, quando, per imprecisati motivi, Naakuto Laab fu convinto ad abdicare e fu sostituito da Yekuno Amlak - un monarca che vantava una discendenza da Salomone. A differenza che per gli Zagwe, l'identit stessa dei Salomonidi era strettamente legata all'Arca dell'Alleanza e al fatto che Menelik I - il fondatore della loro dinastia - l'aveva portata da Gerusalemme durante il regno dello stesso re Salomone. In questo contesto vale la pena di ricordare che la prima versione scritta del Kebra Nagast fu approntata proprio per ordine di Yekuno Amlak. In altre parole, anche se la leggenda era ormai molto antica, per lo meno nella sua forma orale, Yekuno Amlak volle formalizzarla. perch? perch serviva a legittimare e glorificare il suo diritto al trono.
Ne deriva che Yekuno Amlak doveva vedere con orrore la presenza sulla sua terra di un corpo di stranieri armati, militanti (e tecnologicamente avanzati) come i Templari: stranieri che avrebbero potuto chiamare rinforzi tra le migliaia di membri del loro Ordine stanziati nel Vicino Oriente; stranieri che nutrivano un interesse particolare nei riguardi dell'Arca e che forse tramavano per fuggire con essa. Presumiamo, tuttavia, che Yekuno Amlak (da poco sul trono e ancora insicuro) abbia inizialmente tentato di placare questi potenti e pericolosi uomini bianchi, dando forse loro la falsa impressione di voler cooperare con loro pi o meno come avevano fatto gli Zagwe. Questa sarebbe stata una strategia logica - anche perch era risaputo che il suo esercito era piuttosto modesto - e avrebbe potuto spiegare come mai durante il suo regno non accadde niente di particolare. Sarebbe stato quindi compito del suo successore cercare una soluzione finale al problema di come sbarazzarsi dei Templari e riappropriarsi dell'Arca.
Il figlio di Yekuno Amlak (Yagba Zion, 1285-94) era, se possibile, ancora pi debole di suo padre dal punto di vista militare. A lui successe

per una personalit molto pi forte, Wedem Ara'ad, che mand una consistente delegazione da papa Clemente V ad Avignone nel 1306. Non  possibile che lo scopo di quella missione fosse quello di mettere in cattiva luce i Templari - e forse di dare al papa e al re francese (Filippo IV) un motivo impellente per distruggere l'Ordine? E quale poteva essere questo motivo? Forse essi suggerirono che i Templari stavano progettando di portare l'Arca dell'Alleanza in Francia. Dopo tutto, era un periodo in cui l'immaginazione popolare era animata da profonde superstizioni. Con una reliquia tanto sacra e potente nelle loro mani i Templari avrebbero potuto permettersi di sfidare tanto l'autorit secolare di quella terra quanto quella religiosa - ed entrambe queste autorit avrebbero fatto certamente tutto quanto era in loro potere per prevenire una tale eventualit. Questa teoria comincia ad apparire particolarmente interessante se la colleghiamo agli arresti dei Templari in Francia e in tutti gli altri paesi cristiani. Tutti questi arresti si verificarono nel 1307 - cio circa un anno dopo la partenza della missione etiope da Avignone. E questo corrisponde perfettamente a ci che si sa del comportamento di re Filippo IV: vi sono prove, infatti, che egli cominci a pianificare la sua azione contro i Templari circa un anno prima di metterla in atto (cio nel 1306) e che in varie occasioni durante l'anno egli ne discusse con papa Clemente.
Naturalmente sarebbe assurdo pensare che la distruzione dei Templari fu occasionata soltanto dalla pressione degli inviati etiopi. Svolsero un ruolo importante anche l'astio e la cupidigia di Filippo IV (astio perch pi volte il re era stato trattato con disprezzo dall'Ordine; cupidigia perch certamente egli aveva messo gli occhi sulle ingenti somme di denaro chiuse nei forzieri dei Templari sparsi per tutto il suo regno). Sarebbe per altrettanto assurdo pensare che la missione etiope ad Avignone nel 1306 non avesse niente a che vedere con gli avvenimenti del 1307. Al contrario  pi che probabile che vi fosse un legame - e quel legame, ne sono convinto, era l'Arca dell'Alleanza.

Collegamenti portoghesi e scozzesi
 I Templari furono una ricca e potente confraternita internazionale di guerrieri religiosi: in quanto tali, dunque, malgrado gli sforzi di re Filippo IV e di papa Clemente V, non si rivelarono affatto facili da distruggere. In Francia la soppressione dell'Ordine fu portata a termine in maniera radicale ed efficace; eppure anche qui alcuni confratelli riuscirono a sfuggire alla cattura, come per esempio l'intera flotta di Templari che salp dal porto atlantico di La Rochelle la mattina degli arresti e nessuno ne seppe mai pi nulla.
Rispetto alla Francia, in altri paesi i processi e le inquisizioni contro i Templari furono molto meno forti; eppure torture, imprigionamenti, esecuzioni, confische dei beni e infine la dissoluzione dell'Ordine furono il risultato finale di queste operazioni un po' ovunque: in Inghilterra (con un notevole ritardo), Spagna, Italia, Germania, Cipro.
In Portogallo e in Scozia, invece, sembra che i Templari siano riusciti a sfuggire alle persecuzioni quasi completamente. Anzi, le cose si misero talmente bene per loro in questi paesi che, sotto diverse forme, l'Ordine riusc a sopravvivere.
Nel momento in cui papa Clemente V emanava la sua bolla con la quale ordinava di arrestare i Templari in tutte le terre cristiane - novembre 1307 - la Scozia era impegnata in una strenua lotta per difendere la propria indipendenza nazionale contro le aspirazioni coloniali dell'Inghilterra. A condurre questa guerra era il pi famoso di tutti i monarchi scozzesi - re Roberto I Brace, il quale, nella battaglia di Bannockburn nel 1314, avrebbe in-flitto agli inglesi una sconfitta talmente cocente che la libert del suo paese sarebbe stata garantita ancora per secoli. Avendo focalizzato tutte le sue energie su questa guerra, Bruce non aveva alcun interesse ad assecondare la vendetta papale contro i Templari: pertanto si limit ad applicare le direttive sulla soppressione dell'Ordine; solo due cavalieri vennero arrestati e tutto ci che, almeno per quanto se ne sa, venne chiesto a tutti gli altri fu di vivere senza dare nell'occhio.
Non solo: sembra anzi che egli abbia dato asilo non soltanto ai Templari locali, ma anche ai membri dell'Ordine che subivano persecuzioni in altre terre. Probabilmente, per, questo generoso atteggiamento non era dovuto a puro altruismo, bens alla volont di spingere i cavalieri fuggitivi a entrare nel suo esercito. Voci insistenti affermano, a questo proposito, che un contingente di Templari combatt effettivamente a fianco di Bruce

a Bannockburn - e questo appare estremamente significativo quando si pensa che, secondo le fonti, gli scozzesi vittoriosi marciarono dietro una reliquia a forma di Arca in quella famosa battaglia*.
Il favore con cui Bruce tratt i Templari in Scozia e il fatto che in Inghilterra molti cavalieri sfuggirono all'arresto, a causa di un ritardo nell'applicazione della bolla papale, fece s che l'ordine potesse sopravvivere in maniera nascosta e sotterranea nelle Isole Britanniche, invece di essere completamente distrutto. Per secoli si disse che questa sopravvivenza segreta prese la forma della cosiddetta Massoneria - una teoria supportata da una specifica tradizione massonica secondo la quale la pi antica loggia scozzese (K^winning) sarebbe stata fondata da re Roberto Bruce dopo la battaglia di Bannockburn per accogliere i cavalieri Templari che erano scappati dalla Francia. Nel xvm secolo Andrew Ramsay, un illustre massone e storico scozzese, avvalor questa ipotesi con una consistente mole di lavoro sui legami tra Massoneria e Templari. E all'incirca nello stesso periodo il barone Cari von Hund, uno dei pi importanti massoni tedeschi, dichiar che la Massoneria ebbe origine dalla Cavalleria Templare e che perci ogni massone  un Templare.
Non stupisce che queste affermazioni siano state fatte nel xvm secolo e non prima, poich  proprio questo il periodo in cui i massoni uscirono finalmente allo scoperto e cominciarono a parlare di s e della loro storia. In seguito, quando il nuovo spirito di apertura diede impulso alle ricerche sull'argomento, divenne chiaro che la Cavalleria Templare era, e sempre era stata, una forza importante all'interno del sistema massonico. Questa ricerca, insieme a molto altro materiale rimasto finora nell'ombra,  stato recentemente incorporato in un dettagliato e autorevole studio che analizza le molte vie per le quali la Massoneria fu modellata e influenzata dai Templari fuggitivi.
Non  mia intenzione, in questa sede, entrare nel merito di quello che  senza dubbio un dibattito acceso, articolato e altamente specializzato. Il punto che mi interessa sottolineare 

che il sistema massonico eredit in effetti alcune delle pi importanti tradizioni dell'Ordine del Tempio di Salomone e che questa eredit pass nelle Isole Britanniche negli anni 1307-14 anzitutto per opera di quei Templari che erano sopravvissuti alla persecuzione papale grazie alle condizioni estremamente favorevoli che avevano trovato in Scozia.
Non fu comunque la Scozia, come ho gi detto, l'unico paese in cui i Templari passarono indenni dalle persecuzioni. In Portogallo si cerc di farli passare per gente senza macchia: essi non vennero quindi mai torturati o imprigionati. Naturalmente, da buon cattolico, il monarca portoghese (Dennis I) non poteva certo permettersi di ignorare completamente le istruzioni papali: formalmente, dunque, si ademp a queste istruzioni e i Templari vennero ufficialmente sciolti nel 1312. Solo sei anni dopo, per, rinacquero sotto un altro nome: la Militia de Ges Cristo (furono detti anche Cavalieri di Cristo o, pi semplicemente, l'Ordine di Cristo).
Questa trasformazione di un ordine in un altro fece s che i Templari portoghesi non soltanto poterono sopravvivere ai roghi dell'inquisizione che imperversarono negli anni tra il 1307 e il 1314, ma riuscirono anche a riemergere dalla cenere, come l'araba fenice, nel 1318 - e sembra proprio che dopo quella data essi abbiano ripreso le loro attivit come se niente fosse successo. Tutte le propriet e i beni dei Templari in Portogallo vennero trasferiti intatti all'Ordine di Cristo, cos come tutti gli adepti. Inoltre, il 14 marzo 1319 il nuovo organismo ricevette l'approvazione e la ratifica di papa Giovanni XXII (poich nel frattempo Clemente era morto).
Insomma, malgrado la violenza con cui si procedette alla soppressione dell'ordine in Francia e in molti altri paesi, l'Ordine di Cristo in Portogallo e la Massoneria in Gran Bretagna (e particolarmente in Scozia) furono il mezzo attraverso il quale le tradizioni dei Templari vennero preservate e tramandate - forse fino ai tempi moderni.
A mano a mano che proseguivo nelle mie ricerche andavo convincendomi sempre di pi che una delle tradizioni perpetuate per questa via era proprio la ricerca dell'Arca dell'Alleanza.

Alla battaglia come lupi e al massacro come leoni...
Anche se la mia teoria sui Templari in Etiopia era esatta, sapevo che non avevo modo di accertare ci che era successo loro in quel paese dopo il 1307, anno in cui erano cominciate le persecuzioni in Europa. In pratica non esistevano resoconti storici del regno di Wedem Ara'ad, anche se era presumibile che, dopo aver mandato la sua missione ad Avignone, egli ne abbia poi seguito gli sviluppi e sia stato informato della distruzione dell'ordine. Sicuro, a quel punto, che non sarebbero pi venuti altri cavalieri a turbare i suoi piani,  probabile che l'imperatore si sia occupato dei Templari che ancora restavano in Etiopia e li abbia o espulsi o, pi probabilmente, annientati.
Questa, a ogni buon conto, era la mia ipotesi di lavoro e probabilmente non avrei pi pensato a questo aspetto della mia ricerca se non avessi appreso dell'affare portoghese rappresentato dall'Ordine di Cristo. Con due sole trascurabili eccezioni, infatti, tutti i pi antichi visitatori dell'Etiopia di cui si abbia notizia erano portoghesi. Inoltre, questo interesse portoghese nei confronti del regno di Prete Gianni era ormai divenuto manifesto nel giro di un secolo dalla distruzione dei Templari e fu guidato, fin dall'inizio, da membri dell'Ordine di Cristo.
In questo contesto, la prima e pi attiva figura della quale si posseggano notizie certe  il principe Enrico il Navigatore, Gran Maestro dell'Ordine di Cristo e uomo descritto dai suoi biografi come animato da forza di cuore e acume di mente al massimo grado... (il quale) aveva, pi di ogni altro, l'ambizione di compiere grandi e nobili imprese.
Nato nel 1394, egli era attivamente impegnato a viaggiare per mare gi nel 1415; la sua maggiore ambizione - come egli stesso dichiar - era quella di acquisire conoscenza della terra di "Prete Gianni. I cronisti suoi contemporanei, come pure gli storici moderni, concordano nell'affermare che egli dedic gran parte della sua illustre carriera al conseguimento di questo obiettivo. E tuttavia i suoi sforzi sono circondati da un'atmosfera di mistero e di intrigo. Come osservava Edgar Prestage, professore di lingua, letteratura e storia del Portogallo all'Universit di Londra:
La nostra conoscenza dei viaggi di Enrico  lacunosa, e ci  dovuto in gran parte all'adozione di una politica di segretezza che giungeva fino a sopprimere fatti... opere storielle... guide nautiche, carte geografiche, istruzioni ai navigatori e ogni relativa registrazione.
Anzi, la consegna del silenzio era talmente totale nell'epoca di Enrico che se qualcuno riferiva informazioni sui risultati dei vari viaggi di esplorazione era punibile con la morte. Ciononostante, per,  risaputo che il principe era ossessionato dalla volont di entrare in contatto diretto con l'Etiopia - e che cerc di raggiungere questo scopo circumnavigando l'Africa (dal momento che la via pi breve, quella che passava per il Mediterraneo e poi per il Mar Rosso attraverso l'Egitto, era bloccata dalle forze musulmane nemiche). Inoltre, anche prima che venisse doppiato il Capo di Buona Speranza, i capitani dei vascelli portoghesi che si avventuravano al largo delle coste africane occidentali avevano l'ordine di chiedere informazioni su Prete Gianni per vedere se per caso non fosse pi facile arrivare al suo regno per via terra.
Riguardo al vero obiettivo del principe portoghese si possono avanzare solo ipotesi. L'opinione pi comune  quella secondo cui egli avrebbe inteso - come un buon crociato - stringere un'alleanza in funzione anti-islamica con l'imperatore cristiano d'Etiopia. E forse era davvero cos. Poich per tutti i progetti di riconsegnare la Terra Santa nelle mani della cristianit erano tramontati pi di un secolo prima che Enrico nascesse, mi era difficile resistere alla tentazione di pensare che egli avesse avuto qualche altro motivo - qualche ragione nascosta, forse, che avrebbe potuto spiegare sia la sua segretezza sia il fascino che esercitava su di lui Prete Gianni.
Pi studiavo la vita del grande navigatore, pi mi andavo convincendo che questo motivo era connesso con la sua funzione di Gran Maestro dell'Ordine di Cristo, e quindi con tutta la tradizione mistica che il suo Ordine aveva ereditato dai Cavalieri del Tempio di Salomone. Degno di nota  il fatto che egli si immerse

nello studio della matematica e della cosmologia, il corso dei cieli e astrologia e che era sempre circondato da dottori e astronomi ebrei - uomini che ricordavano in tutto e per tutto Megetanis, il personaggio di Wolfram che vedeva segreti nascosti nelle costellazioni (e) dichiar che vi era una cosa chiamata Graal di cui leggeva distintamente il nome nelle stelle.
Un altro elemento che mi portava a pensare che il principe portoghese fosse profondamente influenzato dalle tradizioni dei Templari era il suo celibato. I Cavalieri di Cristo, in questo senso, non erano vincolati a regole tanto strette come i loro predecessori dell'Ordine del Tempio. Tuttavia, come il Templare Gran Mastro prima di lui, Enrico non si sarebbe mai sposato, ma conserv una grande castit e rimase vergine sino alla morte. Analogamente, non potei fare a meno di chiedermi se fosse davvero una semplice coincidenza il fatto che l'illustre navigatore avesse deciso di fare testamento proprio il 13 ottobre 1460 - il 153 anniversario dell'arresto dei Templari in Francia (avvenuto il 13 ottobre 1307).
Enrico mor nel 1460, poco dopo aver fatto testamento, e fu solo nei primi anni del XX secolo che vennero alla luce alcuni documenti segreti relativi all'ultimo decennio della sua vita. Tra questi documenti (alcuni estratti dei quali furono pubblicati da Jaime Cortezao nel 1924 sulla rivista Lusitaniaf fu trovato un breve appunto nel quale si affermava che un ambasciatore di "Prete Gianni" visit Lisbona otto anni prima della morte di Enrico. Non si conosce lo scopo di questa missione, n ci di cui il principe e il legato etiope discussero. E tuttavia non pu essere un caso che, due anni dopo il loro incontro, re Alfonso V del Portogallo abbia concesso all'Ordine di Cristo la giurisdizione spirituale sull'Etiopia. Siamo ancora del tutto ignari, ammette il professor Prestage, dei motivi che portarono a questa concessione.
Nel 1460, proprio l'anno in cui mor Enrico il Navigatore, un suo degno successore nasceva a Sines, una citt portuale nel sud del Portogallo. Questo successore, anch'egli un Cavaliere dell'Ordine di Cristo, era Vasco de Gama, che nel 1497 avrebbe aperto attraverso il Capo di Buona Speranza la rotta verso l'India.

 opportuno ricordare che, quando part per il suo famoso viaggio, Vasco de Gama portava con s due cose: una bandiera di seta bianca con la doppia croce rossa dell'Ordine di Cristo ricamata sopra, e alcune lettere di credenziali da consegnare a Prete Gianni. Inoltre, anche se la sua destinazione finale era effettivamente l'India, l'ammiraglio portoghese dedic gran parte della spedizione all'esplorazione dell'Africa e si dice che abbia pianto di gioia quando, ancorato al largo del Mozambico, gli venne detto che Prete Gianni viveva nell'interno, verso nord. Gli stessi informatori dissero che l'imperatore etiope aveva sotto di s molte citt lungo la costa. Quest'ultimo particolare in realt non era vero, ma le fermate successive di Vasco de Gama a Malindi, Mombasa, Brava (dove costru un faro che esiste tuttora) e Mogadiscio furono motivate in parte proprio dal suo continuo desiderio di entrare in contatto con Prete Gianni.
Intanto, nel 1487, dieci anni prima della partenza, di Vasco de Gama, l'Ordine di Cristo aveva promosso un'altra iniziativa, anch'essa volta a raggiungere l'Etiopia. In quell'anno re Giovanni II del Portogallo, allora Gran Maestro dell'Ordine, aveva mandato il suo fido aiuto Pero de Covilhan in un pericoloso viaggio alla corte di Prete Gianni attraverso il Mediterraneo, l'Egitto e il Mar Rosso. Travestito da mercante, Covilhan arriv a Suakin attraverso Alessandria e il Cairo e l, nel 1488, si imbarc su una piccola imbarcazione araba per il porto yemenita di Aden. Qui egli venne coinvolto in una serie di avventure che gli fecero perdere parecchio tempo, cosicch fu soltanto nel 1493 che riusc ad arrivare in Abissinia. Appena giunto, si diresse subito alla corte dell'imperatore, dove fu dapprima accolto bene, quindi posto agli arresti domiciliari, per quanto molto confortevoli. Sul perch ci accadde non si possono che avanzare delle ipotesi, ma poich  risaputo che egli era molto abile come spia (precedentemente aveva lavorato come agente segreto in Spagna),  difficile non pensare che l'Ordine di Cristo gli avesse affidato l'incarico di indagare attorno all'Arca dell'Alleanza. Forse sollev dei sospetti facendo troppe domande sulla sacra reliquia, o forse no. Fatto sta che fu trattenuto in Etiopia per il resto della sua vita.
Covilhan era ancora vivo quando la prima missione ufficiale

portoghese alla corte di Prete Gianni attracc al porto di Massawa nel 1520 e si fece strada verso l'interno per incontrare Lebna Dengel, l'imperatore salomonide che si trovava sul trono dal 1508. Uno dei membri di questa missione era padre Francisco Alvarez - e il lettore ricorder che proprio ad Alvarez i sacerdoti avevano parlato dell'antica tradizione secondo cui le chiese di Lalibela intagliate nella roccia erano state fatte da uomini bianchi.
Ripresi dunque in mano la traduzione inglese del lungo racconto che Alvarez aveva scritto dopo aver lasciato l'Etiopia nel 1526. Rileggendo il suo capitolo su Lalibela fui colpito dalla descrizione che aveva fatto della chiesa di San Giorgio. Scolpita nel tetto di questo grande edificio, disse, vi era una doppia croce, cio una dentro l'altra, come le croci dell'Ordine di Cristo.
Sapevo gi, naturalmente, che le chiese di Lalibela erano state costruite al tempo dei Templari, molto prima che fosse istituito l'Ordine di Cristo. Era tuttavia logico supporre che la croce dell'Ordine di Cristo fosse derivata da una figura che doveva rivestire una certa importanza per i Templari: in quest'ottica era dunque interessante sapere che questa figura era stata utilizzata in San Giorgio - senza dubbio la chiesa pi prestigiosa nel complesso di Lalibela. Ritornando col pensiero alla mia visita del 1983, non riuscivo a ricordare di aver visto questo motivo a doppia croce; controllai allora le fotografie che avevo scattato in quell'occasione, ed esse mi confermarono che la descrizione di Alvarez era esatta: la doppia croce c'era.
Intorno al 1525, mentre la missione portoghese era ancora alla corte di Lebna Dengel, divenne chiaro che l'Etiopia sarebbe stata presto attaccata dalle forze musulmane che si stavano ammassando nell'emirato di Harar, nella parte orientale del Corno d'Africa. A capo di queste forze vi era un carismatico condottiero che incuteva paura, un certo Ahmed Ibn Ibrahim el Ghazi, soprannominato Gragn (cio Il mancino).
Dopo un'attenta preparazione durata alcuni anni, Gragn dichiar infine la sua guerra santa nel 1528 e guid orde di feroci truppe somale (supportate da mercenari arabi e turchi) in una violenta azione contro i monti abitati dai cristiani. Non si tratt di
: 
una breve campagna, ma di una guerra lunga, che si protrasse anno dopo anno, senza tregua. In tutta l'Etiopia, in lungo e in largo, citt e villaggi vennero bruciati, chiese distrutte, incalcolabili tesori razziati e migliaia di persone furono passate per le armi.
Lebna Dengel era stato per certi versi piuttosto freddo con i portoghesi. Durante i sei anni in cui la loro missione si era fermata nel suo paese (1520-26) egli aveva sempre sottolineato che non ammetteva interferenze, affermando, malgrado la minaccia musulmana (che nel 1526 si era fatta ormai evidente), che non vedeva alcun motivo di stringere un'alleanza con qualche potenza straniera^. Credo che questo strano atteggiamento potesse essere dovuto a una certa preoccupazione riguardo ai veri motivi che avevano spinto in Etiopia questi visitatori europei - e in particolare alle loro possibili mire sull'Arca dell'Alleanza.
In ogni caso, qualunque sia stato il timore dell'imperatore, egli dovette ben presto accorgersi che Gragn costituiva una minaccia. molto maggiore di quanto non avessero mai rappresentato gli uomini bianchi - e non solo per la sacra reliquia, ma per l'esistenza stessa della cristianit etiope. Nel 1535 i musulmani attaccarono Axum e rasero al suolo l'antica e sacra chiesa di Santa Maria di Sion (dalla quale, come dir pi avanti in questo stesso capitolo, i sacerdoti avevano gi portato via l'Arca per salvarla). Sempre nel 1535 - e non fu certo una coincidenza - Lebna Dengel super finalmente la sua antipatia nei confronti degli alleati stranieri e mand un'ambasceria al re del Portogallo con una richiesta urgente di assistenza militare.
Nel frattempo le comunicazioni tra Etiopia ed Europa si erano fatte molto pi difficoltose, poich i turchi avevano posto sotto il loro controllo gran parte della costa del Corno d'Africa come pure molti dei porti sul Mar Rosso. Ci volle quindi molto tempo perch la richiesta d'aiuto dell'imperatore giungesse a destinazione e, di conseguenza, fu solo nel 1541 che un contingente di 450 moschettieri portoghesi approd a Massawa, pronto a fornire il proprio sostegno all'esercito abissino - il quale appariva ormai irrimediabilmente vinto e demoralizzato (Lebna Dengel, dopo anni di lotta, era morto di crepacuore e gli era succeduto suo figlio Claudio, poco pi che adolescente).

L'intervento delle truppe portoghesi, armate di fucili a miccia, baionette e vari pezzi di artiglieria pesante, risvegli le speranze di riscossa. Gli annali reali etiopi del 1541 parlano della sicurezza con cui essi marciarono dalla costa verso le montagne, comportandosi da uomini fieri e coraggiosi che anelavano alla battaglia come lupi e al massacro come leoni. E questa descrizione non era affatto esagerata: anche se non erano numerosissimi, essi combatterono con grande valore e ottennero una serie di vittorie decisive. Lo storico inglese Edward Gibbon avrebbe in seguito riassunto la loro impresa in sole sette parole: L'Etiopia fu salvata da 450 portoghesi.
Reputavo molto significativo il fatto che il comandante di queste truppe di rinforzo non era altri che don Cristoforo de Gama, figlio del famoso Vasco e, come suo padre, Cavaliere dell'Ordine di Cristo. James Bruce si dimostr molto interessato al carattere di questo giovane avventuriero e lo descrisse nei seguenti termini:
Egli era audace fino all'eccesso, temerario e veemente; ambizioso di quello che riteneva onore militare e ostinato nelle sue risoluzioni... (Tuttavia), per quanto lunga fosse la serie di virt che possedeva, non aveva la minima disposizione alla pazienza, tanto necessaria per coloro che comandano eserciti.
Ritengo che, come Cavaliere dell'Ordine di Cristo, don Cristoforo potesse aver avuto anche un altro motivo per compiere le sue imprese in Etiopia:, prima avrebbe sconfitto i musulmani, poi avrebbe cercato l'Arca dell'Alleanza. Ma la sua temerariet e la sua mancanza di pazienza, gli sarebbero costate la vita prima che egli potesse raggiungere entrambi gli obiettivi. . . Malgrado la disparit numerica, egli ingaggi pi volte battaglia con le forze di Ahmed Gragn (una volta, lasciati soli dagli abissini, i portoghesi si trovarono a fronteggiare 10.000 arcieri, e riuscirono a sconfiggerli). Queste gesta audaci, per, comportavano non pochi rischi, e cos, nel 1542, don Cristoforo fu fatto prigioniero (un testimone afferm che, poco prima di essere catturato, egli era stato colpito al ginocchio destro e combatteva tenendo la spada con la mano sinistra perch un altro colpo gli aveva rotto, il braccio destro).

Il comandante portoghese fu dapprima orribilmente torturato, e poi, secondo la descrizione che Bruce fece delle sue ultime ore, fu portato alla presenza di Gragn, generale dei mori, che lo riemp di insulti ai quali egli rispose con una tale messe di invettive che il Moro, nella violenza della sua passione, estrasse la spada e gli tranci la testa con le sue stesse mani.
Meno di un anno dopo, per, anche il capo musulmano fu ucciso. In una battaglia combattuta sulle rive del Lago Tana il 10 febbraio 1543 fu colpito a morte da un certo Peter Leon, un uomo basso di statura, ma molto attivo e valoroso, che era stato valet de chambre di don Cristoforo... I mori non si accorsero dell'assenza del loro generale finch non si resero conto di essere stati battuti, e allora, vinti dal disorientamento, furono incalzati da portoghesi e abissini in un massacro che dur fino alla sera.
E cos, dopo quindici anni di violenze e distruzioni senza precedenti, ebbe fine il tentativo musulmano di sottomettere l'impero cristiano d'Etiopia. I portoghesi avevano pagato un prezzo molto alto: oltre a don Cristoforo, pi della met del contingente originario di 450 uomini fu ucciso in battaglia. Da parte abissina, naturalmente, le perdite furono molto maggiori (nell'ordine di decine di migliaia) e il danno culturale - in termini di manoscritti, icone e pitture andate in fumo, chiese rase al suolo e tesori razziati - avrebbe gettato nell'ombra la civilt di queste regioni per molti secoli a venire.
Il tesoro pi grande, tuttavia, era salvo: portata via da Axum dai sacerdoti solo pochi giorni prima che la citt fosse data alle fiamme nel 1535, l'Arca era stata trasferita in uno dei tanti monasteri delle isole del Lago Tana. Qui essa fu tenuta al sicuro per molto tempo, anche dopo la morte di Gragn, finch, a met del xvn secolo, l'imperatore Fasilidas (descritto da Bruce come il pi grande re che si sia mai assiso sul trono abissino) costru una nuova cattedrale di Santa Maria di Sion sopra le rovine di quella vecchia - e qui, con una fastosa cerimonia, la sacra reliquia fu infine ricollocata in tutta la sua gloria.
Fasilidas fece anche un'altra cosa. Malgrado il debito di riconoscenza che il suo paese doveva ai portoghesi (la cui presenza in Etiopia si era nel frattempo considerevolmente rafforzata dopo la

felice conclusione della guerra contro Gragn), egli si impegn a scacciare tutti coloro che si erano installati nel suo paese. Arriv addirittura al punto di stringere un accordo con le autorit turche a Massawa: qualunque viaggiatore portoghese fosse arrivato l e avesse cercato di entrare in Etiopia, doveva essere preso e decapitato - e vi era una sostanziosa ricompensa in denari per ogni testa che fosse in tal modo caduta.

La fonte di un mistero
Dopo la morte di don Cristoforo de Gama il grande interesse che l'Ordine di Cristo aveva mostrato nei confronti dell'Etiopia sembr sfumare. E comunque, dopo il regno di Fasilidas, non vi era pi alcuna via attraverso cui un portoghese avrebbe potuto perseguire quell'interesse.
Tuttavia, come ho gi detto, l'Ordine di Cristo non fu l'unico veicolo attraverso il quale si tramandarono le tradizioni dei Templari: anche la Massoneria scozzese eredit una parte della tradizione mistica del Tempio di Salomone, nella quale l'Arca dell'Alleanza svolse un ruolo tanto importante. Proprio per questo legame scozzese, e perch egli stesso aveva affermato di essere un lontano discendente del re che aveva accolto i Templari fuggitivi nel XIV secolo, credetti opportuno fare qualche altra ricerca sulle attivit di uno degli stranieri pi audaci e determinati che abbiano mai visitato l'Etiopia: James Bruce di Kinnaird.
Alto pi di un metro e novanta, e largo quasi altrettanto, Bruce era un vero gigante (l'uomo pi alto che si sia mai visto gratis, come lo descrisse un suo contemporaneo). Egli era inoltre ricco e molto istruito. Nato nel 1730 nella bassa Scozia, nella tenuta di famiglia a Kinnaird, all'et di 12 anni fu mandato alla Harrow School, dove gli insegnanti definirono eccellenti i suoi risultati nello studio delle lingue classiche. Complet in seguito i suoi studi all'Universit di Edimburgo.
Dopo un periodo di malattia, si rec a Londra con l'intento di accettare un lavoro presso la East India Company, ma, una volta giunto l, si innamor perdutamente di una bella donna di nome

Adriane Allan, che spos nel 1753. Subito dopo entr in affari con suo suocero, associandosi alla sua attivit di commercio di vini.
Ed ecco la tragedia. Durante una gita in Francia nel 1754 Adriane mor improvvisamente e, bench molto dopo egli si sia risposato e abbia generato parecchi figli, sembra che gli ci volle molto tempo per riprendersi dalla perdita della prima moglie.
Angosciato e depresso, cominci a viaggiare quasi senza interruzione, e, dovunque andasse, imparava senza difficolt la lingua locale. Le sue peregrinazioni lo -portarono dapprima in Europa: egli si batt in duello in Belgio, navig sul Reno, visit rovine romane in Italia e studi manoscritti arabi in Spagna e Portogallo. In seguito, quando la sua abilit linguistica fu riconosciuta dal governo, gli venne affidato un incarico diplomatico come console britannico ad Algeri. Da l egli esplor tutta la costa del Nord Africa, visitando le rovine di Cartagine, prima di spingersi fino alla Terra Santa. Occasionalmente trovava anche il tempo di ritornare in Scozia per curare le propriet di famiglia di cui era diventato titolare, dal momento che suo padre era morto nel 1758.
Durante questo periodo il giovane scozzese si interess molto anche di astronomia, e acquist due potenti telescopi che in seguito port sempre con s. Acquis anche una grande abilit di osservazione e di navigazione che gli sarebbe stata utilissima nei suoi viaggi in Abissinia.
Si sa, infatti, che egli progettava da tempo questa avventura e che, per esempio, aveva cominciato a imparare il g et, la lingua classica dell'Etiopia, fin dal 1759. Grazie a questa preparazione, che comprendeva un'attenta lettura delle opere di tutti i viaggiatori precedenti, egli aveva acquisito un notevole bagaglio di conoscenze su quella terra nel momento in cui arriv al Cairo nel 1768 per dare inizio al suo epico viaggio.
Che cosa ispir Bruce ad andare in Etiopia? Egli stesso lo disse senza mezzi termini: and, rischiando innumerevoli pericoli e tormenti, il pi piccolo dei quali mi avrebbe sopraffatto se non fosse stato per la continua benevolenza e protezione della Provvidenza, al fine di scoprire la sorgente del Nilo". E se qualcuno avesse dei dubbi in proposito, gli baster leggere per intero il titolo dell'opera monumentale che egli scrisse in seguito: Viaggi per scoprire la sorgente del Nilo negli anni 1768, 1769, 1770, 1771, 1772 e 1773.
Vi  tuttavia un mistero che ha attirato l'attenzione di pi di uno storico (anche se nessuno ha mai proposto una soluzione). Molto prima di partire per l'Etiopia, James Bruce sapeva che la sorgente del Nilo era stata gi visitata e ampiamente esplorata da altri due europei: Pedro Paez e Jeronimo Lobo (entrambi sacerdoti portoghesi che erano vissuti in Etiopia nel '600 prima che Fasilidas scacciasse tutti i portoghesi).
A mano a mano che mi addentravo nelle mie ricerche sull'Arca dell'Alleanza, nel corso del 1989, il mistero sui veri obiettivi di Bruce mi assorbiva sempre di pi. I cinque volumi dei suoi Viaggi erano ormai diventati un punto di riferimento essenziale per me, perch rappresentavano un quadro unico della cultura etiope in un'epoca in cui quella cultura non era ancora troppo lontana dalle sue origini arcaiche. Sapevo inoltre che l'avventuriero scozzese era un illustre studioso e fui colpito dall'accuratezza delle sue osservazioni e in generale dall'acume dei suoi giudizi e delle sue opinioni in fatto di storia. Lo consideravo anche un uomo onesto, non troppo portato all'iperbole o a esagerazioni. E allora, mi chiesi, dal momento che molti suoi commenti lasciavano capire che egli aveva letto attentamente le opere sia di Paez sia di Lobo, come potevo spiegarmi il fatto che egli non avesse voluto dar credito alle loro imprese? Poich mi trovavo pienamente d'accordo col giudizio storico successivo (e cio che Bruce, lungi: dall'essere un romanziere, era una guida estremamente affidabile), non riuscivo proprio a capire la sua evidente disonest su una questione tanto importante -una disonest che si accompagnava alla decisa asserzione secondo cui nessun portoghese... vide mai, n disse di aver visto, la sorgente del Nilo.
Avrei scoperto presto che questo non era l'unico argomento sul quale Bruce aveva mentito. Sull'Arca dell'Alleanza egli era stato ancora pi evasivo e deludente. Nel descrivere la sua visita

alla citt sacra di Axum, parl della distruzione, per opera di Ahmed Gragn, della prima chiesa di Santa Maria di Sion e aggiunse - correttamente - che un'altra ne era stata costruita al suo posto:
Si dice che in essa sia conservata l'Arca dell'Alleanza... che Menelik... secondo le loro fantastiche leggende, avrebbe rubato a suo padre Salomone al suo ritorno in Etiopia... Credo che vi fosse depositata una qualche antica copia del Vecchio Testamento... ma qualunque cosa fosse, fu distrutta... da Gragn, anche se si dice falsamente che sia ancora l. Questo ho saputo dal re in persona.
Insomma, ci che Bruce sembrava dire era che l'Arca non era mai stata portata ad Axum (dal momento che la storia di Menelik e Salomone era bollata come fantastica leggenda), che la reliquia un tempo conservata nella chiesa non poteva che essere una qualche antica copia del Vecchio Testamento, e che anche questa reliquia non esisteva pi poich era stata distrutta da Gragn. E, a rafforzare queste affermazioni, egli asseriva che gli provenivano dal re in persona.
Se non fosse stato per quest'ultimo particolare, avrei potuto semplicemente pensare che Bruce non sapeva che l'Arca era stata portata in salvo durante la guerra con i musulmani e che era ritornata ad Axum dopo la ricostruzione della chiesa di Santa Maria di Sion. L'affermazione secondo la quale il re in persona aveva parlato della distruzione della reliquia era invece palesemente falsa: nel 1690, infatti, molto tempo dopo le campagne di Gragn e solo 80 anni prima della visita dello stesso Brace, un monarca etiope era entrato nel Sancta Sanctorum della nuova Santa Maria dove aveva effettivamente visto l'Arca (confermando cos che essa esisteva ancora). Il monarca in questione (Iyasu il Grande) era un sacerdote, oltre che re, e per questo aveva avuto la possibilit non soltanto di vedere la sacra reliquia, ma anche di aprirla e dare un'occhiata al suo interno. Poich  impensabile che colui che regnava ai tempi di Brace non fosse a conoscenza di questo fatto, dovevo concludere che il viaggiatore scozzese stava ancora una volta economizzando la verit.
E questa mia convinzione si rafforz ulteriormente quando mi accorsi che Brace - contrariamente alle sue affermazioni prima

citate - non considerava affatto la tradizione etiope su Menelik, Salomone e la regina di Saba come una leggenda fantastica. Al contrario, l'aveva trattata con il massimo rispetto. Nel I volume dei suoi Viaggi - un migliaio di pagine prima di parlare della sua visita ad Axum - egli si era soffermato a lungo sui legami commerciali e culturali tra Etiopia e Terra Santa all'epoca dell'Antico Testamento, e in quest'ambito aveva affermato senza esitazione che, a suo modo di vedere, la regina di Saba era realmente esistita (e non era, quindi, una figura mitica), che aveva effettivamente compiuto il famoso viaggio alla corte di re Salomone a Gerusalemme (non vi possono essere dubbi su questa missione) e - soprattutto - che proveniva dall'Etiopia: (Altri) hanno pensato che la regina fosse araba, egli concludeva, (ma) molti elementi... mi fanno pensare che essa fosse etiope.
E proseguiva definendo niente affatto improbabile il racconto contenuto nel Kebra Nagast della storia d'amore con Salomone e della conseguente nascita di Menelik. Raccontava poi la storia della visita di Menelik a Gerusalemme e di come egli era ritornato in Etiopia portando con s una colonia di ebrei, tra i quali vi erano molti dottori della legge di Mos. Questi avvenimenti, concludeva Bruce, avevano portato alla fondazione di una monarchia etiope, e alla continuazione dello scettro della trib di Giuda fino ai giorni nostri... dapprima quando erano ebrei, poi... quando ebbero abbracciato il cristianesimo. Tutto ci non era che un riassunto preciso del Kebra Nagast, che per di pi si trovava in un contesto che gli assicurava attendibilit storica e perci un peso nient'affatto trascurabile. Stranamente, per, pur citando tutti gli altri particolari importanti, Bruce non faceva alcun cenno all'Arca dell'Alleanza - una omissione che non poteva che essere voluta, dato il ruolo centrale e imprescindibile che la sacra reliquia svolgeva nell'epopea nazionale etiope.
Ancora una volta, perci, fui costretto a concludere che lo scozzese aveva consapevolmente ingannato i lettori riguardo all'Arca. Ma perch lo aveva fatto? Roso dalla curiosit, rilessi attentamente la sua descrizione di Axum e mi accorsi di un dettaglio importante sul quale non mi ero soffermato prima: egli aveva compiuto la sua visita il 18 e 19 gennaio 1770.
La scelta di questo periodo, riflettei, poteva non essere casuale, perch proprio in quei due giorni egli evrebbe potuto assistere alla celebrazione del Timkat, la festa pi importante della Chiesa ortodossa etiope. Solo durante questa festa - come avevo accertato parlando con il monaco-guardiano nel 1983 - l'Arca dell'Alleanza veniva tradizionalmente avvolta in ricchi tessuti (per proteggere il popolo da essa) e portata in processione. Bruce aveva quindi deciso di andare ad Axum nell'unica occasione dell'anno in cui, come laico, avrebbe avuto l'opportunit di accostarsi alla sacra reliquia.
A questo punto cominciavo seriamente a domandarmi se non era stata proprio l'Arca in se stessa ad attirare in Etiopia il viaggiatore scozzese: la scusa che egli vi si fosse recato per trovare le sorgenti del Nilo non stava in piedi e sembrava proprio una "storia di facciata" volta a coprire il vero oggetto della sua ricerca. Inoltre la sua stessa evasivit sull'argomento dell'Arca era molto strana e aveva senso solo se si supponeva, per converso, un suo particolare interesse per essa - un interesse che egli aveva voluto mantenere segreto.
Ben presto venni a sapere altre cose che rafforzarono i miei sospetti. Scoprii, per esempio, che Bruce conosceva molto bene l'ebraico antico, l'aramaico e il siriaco - lingue morte che egli non avrebbe avuto alcuna ragione di studiare se non avesse voluto compiere uno studio approfondito dei primi testi biblici. Ed era certo, inoltre, che egli aveva effettivamente compiuto tale studio: la sua conoscenza dell'Antico Testamento, che  evidente in quasi tutte le pagine dei Viaggi, fu definita da un esperto fuori dal comune.
E questo non era l'unico esempio che attestava l'erudizione straordinaria di Bruce. Come gi sapevo, egli aveva anche compiuto ricerche meticolose sulla cultura e le tradizioni degli ebrei neri d'Etiopia. Non risparmiai nessuno sforzo, disse egli stesso, per indagare sulla storia di questo strano popolo, e feci amicizia con coloro che erano ritenuti i pi sapienti e istruiti tra essi. Grazie a questi sforzi egli riusc a dare un contributo definitivo allo studio della societ falasha - un contributo che, come molti altri, non aveva niente a che vedere con il suo entusiasmo per l'esplorazione geografica, ma era finalizzato solo alla ricerca dell'Arca perduta.
Telefonai allo storico Belai Gedai ad Addis Abeba e gli chiesi se aveva qualche idea sui veri obiettivi di Brace. La sua risposta mi colp: Come dato di fatto noi etiopi crediamo che James Brace non venne nel nostro paese per scoprire le sorgenti del Nilo. Secondo noi questo era solo un pretesto che nascondeva un altro motivo. Mi dica qualcosa di pi, gli chiesi. Quale pensa che potesse essere questo obiettivo se non era il Nilo?.
La vera ragione per cui venne era rubare i nostri tesori, disse Gedai con un certo risentimento, i nostri tesori culturali. Si port in Europa molti preziosi manoscritti. Il libro di Enoch, per esempio. E dal deposito imperiale di Gonder si port via anche un'antica copia del Kebra Nagast.
Questa mi suonava come una novit, ma, se era vera, era estremamente interessante. Ulteriori ricerche mi confermarono che Gedai aveva proprio ragione: nel lasciare l'Etiopia Bruce si era davvero portato via il Kebra Nagast - e non soltanto la splendida copia presa dal deposito imperiale, ma anche una copia di quella copia che egli stesso aveva composto (dal momento che la sua conoscenza del g'ex, la lingua classica etiope, era pressoch perfetta). Molto tempo dopo egli don entrambi i manoscritti alla Bodleian Library di Oxford, dove essi si trovano tuttora (identificati come Bruce 93 e Bruce 97)m.
Ma c' dell'altro. Prima del xvm secolo, gli studiosi credevano che il libro di Enoch fosse irrimediabilmente perduto: composto molto prima della nascita di Cristo, e considerato una delle opere pi importanti della letteratura mistica ebraica, esso era conosciuto solo attraverso frammenti e riferimenti a esso contenuti in altri testi. James Bruce risolse il problema procurando parecchie copie dell'opera durante il suo soggiorno in Etiopia. Queste furono le prime edizioni complete del libro di Enoch mai viste in Europa)25.
Il fatto che Bruce avesse portato in Europa il Kebra Nagast, e che si sia anche preso la briga di trascrivere a mano tutto il

testo - peraltro lunghissimo - non faceva che rendere ancora pi sospetta ai miei occhi l'omissione dell'Arca dell'Alleanza nel riassunto che aveva fatto di quell'opera. I sospetti, per, non sono certezze. E perci soltanto quando venni a conoscenza di tutta la storia del Libro di Enoch, e del servizio che l'avventuriero scozzese aveva reso alla scienza su questo aspetto, mi sentii finalmente sicuro di essere sulla strada giusta.
Appresi infatti che il Libro di Enoch aveva sempre rivestito un'importanza particolare per la Massoneria, e chealcuni rituali che risalivano a molto prima dell'epoca di Bruce identificavano lo stesso Enoch con Thoth, il dio egiziano della saggezza. Trovai poi una lunga voce nell'Enciclopedia massonica reale nella quale si raccontavano altre importanti tradizioni dell'ordine -per esempio che Enoch era l'inventore della scrittura, che insegn agli uomini l'arte di costruire, e che, prima del diluvio, temeva che vari segreti sarebbero andati perduti - e per evitare questo nascose il Grande Segreto, inciso su una pietra di porfido orientale, nelle viscere della terra. La voce dell'Enciclopedia terminava con queste parole: Fin da tempi antichissimi si sapeva dell'esistenza del Libro di Enoch e i padri della Chiesa vi alludono continuamente. Bruce ne port in patria tre copie dall'Abissinia.
Il fatto che l'Enciclopedia massonica citasse Bruce in questo modo per cos dire familiare, e anche il particolare che Bruce avesse compiuto un viaggio cos lungo per ottenere non una, ma tre copie del Libro di Enoch, facevano pensare che forse aveva fatto parte egli stesso della Massoneria. In questo caso,, avrei trovato anche una spiegazione a tutti i problemi creati dal modo evasivo e disonesto con cui aveva trattato l'argomento dell'Arca. Ero gi convinto, infatti, che egli nutrisse un particolare interesse nei confronti dell'Arca dell'Alleanza - un interesse che era ben deciso a nascondere. Adesso capivo esattamente come potesse aver acquisito questo interesse e perch volesse tenerlo segreto. Come massone - e massone scozzese, per di pi - egli sarebbe senz'altro venuto a conoscenza delle tradizioni templari sulla presenza dell'Arca in Etiopia.
Ma Bruce era un massone? Non era facile dare una risposta a

questa domanda. Nelle oltre tremila pagine dei suoi Viaggi non vi era un solo indizio che avvalorasse questa ipotesi, n mi erano di alcun aiuto le due biografie, peraltro molto dettagliate, che erano state scritte su di lui (la prima nel 1836, e la seconda nel 1968).
Solo nell'agosto del 1990 riuscii finalmente a recarmi in Scozia, a visitare la propriet di famiglia di Bruce, dove speravo di ottenere qualche informazione che sciogliesse ogni dubbio. Kinnaird House si trovava nelle vicinanze di Larbert, un sobborgo di Fal-kirk, ed era costituita da un edificio imponente di pietra grigia, posto ben all'interno rispetto alla strada principale, su terre estese e isolate. Dopo una certa comprensibile esitazione, l'attuale proprietario, John Findlay Russell, mi invit a'entrare e mi fece visitare la tenuta: era molto evidente, tuttavia, da molti particolari architettonici che l'edificio non risaliva all'epoca di Bruce.
E esatto, mi conferm Findlay Russell. Kinnaird House cess di essere di propriet della famiglia Bruce nel 1895 e fu abbattuta dal nuovo proprietario, un certo dottor Robert Orr. Questi costru l'attuale tenuta nel 1897.
In quel momento ci trovavamo in un immenso corridoio pan-nellato e avevamo di fronte una grande scala in pietra. Findlay Russell indic la scala e disse con evidente orgoglio: E l'unico elemento originale che sia stato preservato. Orr la lasci dov'era e vi costru attorno la casa. Ha un notevole valore storico, sa.
Oh, davvero. Come mai?.
Perch James Bruce mor proprio su questa scala. Era il 1794. Egli aveva dato un ricevimento in una delle sale al primo piano e stava accompagnando gi un invitato, quando inciamp e batt la testa. Non ci fu nulla da fare. Fu una vera tragedia.
Prima di andarmene chiesi a Findlay Russell se per caso sapeva se Bruce avesse fatto parte della Massoneria.
Non ne ho idea, rispose. Naturalmente la figura di Bruce mi interessa molto, ma non posso certo dire di essere un esperto. Annuii con la testa, deluso. Mentre ero gi sul punto di uscire, per, mi venne in mente un'altra domanda: Per caso sa dove  sepolto?.

Nella vecchia chiesa di Larbert. Avr qualche difficolt, per, a trovare la tomba. Un tempo vi era sopra un grande obelisco di ferro, ma qualche anno fa venne tolto perch la ruggine lo stava consumando. Era considerato un pericolo per il pubblico.
Per arrivare alla chiesa ci vollero solo dieci minuti, ma molti di pi ce ne vollero per localizzare il posto dove riposava uno dei pi grandi esploratori scozzesi.
Era un pomeriggio grigio e piovoso e io mi sentivo sempre pi depresso mentre frugavo avanti e indietro tra le lapidi. Come personalit, Bruce aveva senz'altro avuto molti difetti, eppure ero certo che quest'uomo coraggioso ed enigmatico meritasse un bel monumento funerario: mi sembrava vergognoso che fosse lasciato per sempre in un anonimo pezzo di terra senza alcun segno distintivo.
Dopo aver ispezionato in lungo e in largo il cimitero principale, vidi una zona circondata da un muretto di pietra, all'interno del quale si trovava un piccolo cancelletto. Aprii il cancelletto e scesi tre scalini, dopodich mi ritrovai... in un deposito di rifiuti. Vi erano cataste di abiti vecchi, scarpe smesse e mobili rotti, inframmezzati da ciuffi di ortiche e rovi. In alto, le foglie che pendevano dai rami di alcuni grossi alberi avevano formato una fitta coperura verde che lasciava filtrare pochissima luce.
Maledicendo gli sciami di moscerini e vespe che si erano alzati in volo per salutarmi, cercai di farmi strada come potevo tra la vegetazione. Avevo visto tutto il resto, pensai, perci potevo dare un'occhiata anche qui. Avevo quasi abbandonato tutte le speranze, quando vidi, al centro del recinto, parecchie tavolette di pietra che giacevano sul pavimento completamente ricoperte di muschi, licheni e ortiche. Con un senso di riverenza - ma anche di rabbia - cercai di pulire le tavolette meglio che potei, e poi le esaminai: non vi era assolutamente nulla che le collegasse ai resti di Bruce, eppure, non so perch, ero certo che un legame ci fosse. Improvvisamente mi sal un groppo alla gola: qui giaceva un uomo - un grande uomo - che mi aveva preceduto in Etiopia. Inoltre, se le mie ipotesi sui legami massonici erano esatte, era praticamente sicuro che egli si fosse recato in quel paese lontano in cerca del'Arca perduta. Adesso, per, forse non avrei pi potuto provare questi legami. L'unica certezza era che Bruce era stato dimenticato - dimenticato nella terra dove era nato.
Rimasi l per un po', immerso nei miei foschi pensieri, poi lasciai il piccolo recinto, non dal cancello attraverso il quale ero entrato, ma scavalcando il muretto di cinta. Mi ritrovai in una specie di cortile, dove vidi quasi subito qualcosa di interessante: su un lato, abbastanza vicino a dove mi trovavo, vi era un enorme obelisco di metallo. Mi avvicinai e vidi che vi era inciso sopra il nome di James Bruce, insieme al seguente epitaffio:
Trascorse la sua vita compiendo utili e insigni imprese.
Esplor molte regioni lontane.
Scopr le sorgenti del Nilo.
Fu un marito premuroso, un genitore indulgente,
un amante appassionato del suo paese.
Per voce unanime del genere umano il suo nome  iscritto
insieme a coloro che si distinsero per genio, valore e virt.
Ci che pi mi colp dell'obelisco fu che esso era intatto - per niente arrugginito, n scrostato - e che era ricoperto di vernice antiruggine data di fresco. Evidentemente, qualcuno si interessava ancora all'esploratore - e se ne interessava a tal punto da far restaurare, il monumento, anche se esso non era stato ancora rimesso al suo posto sulla tomba.
Pi tardi, quello stesso pomeriggio, feci qualche indagine presso le autorit della chiesa e scoprii l'identit del misterioso benefattore. Sembra che l'obelisco fosse stato portato via qualche anno prima per essere sistemato e che fosse tornato a Larbert solo il giorno prima del mio arrivo. L'opera di restauro era stata organizzata e pagata nientemeno che dall'erede principale della famiglia Bruce in Scozia - il conte di Elgin e Kincardine, egli stesso un Maestro della Massoneria.
Ecco finalmente una traccia promettente, che mi avrebbe portato a Broomhall, la bella tenuta a nord del Firth of Forth, dove viveva lord Engin. Gli telefonai e fissai un appuntamento per sabato 4 agosto, al mattino.
Non le posso concedere pi di 15 minuti, mi avvert il conte.
Quindici minuti basteranno, gli risposi.

Elgin si rivel essere un uomo basso, tarchiato, vecchiotto, che zoppicava vistosamente (in seguito, pare, alle ferite ricevute mentre era prigioniero dei giapponesi durante la seconda guerra mondiale). Senza tante cerimonie mi port in un sontuoso studio dominato da ritratti di famiglia e mi invit ad arrivare direttamente al punto.
Fino a quel momento i suoi modi erano stati piuttosto bruschi. Quando cominciammo a parlare di Bruce, per, si ammorbid - e a poco a poco capii dalle sue conoscenze precise e circostanziate che egli aveva compiuto uno studio approfondito sulla vita dell'esploratore scozzese. A un certo punto mi condusse in un'altra stanza e mi mostr degli scaffali pieni di libri esoterici in varie lingue. Questi provengono dalla biblioteca personale di Bruce, mi spieg. Era un uomo davvero eclettico... Ho anche il suo telescopio, il suo quadrante e il suo compasso... Posso tirarli fuori, se vuole. Nel frattempo, il quarto d'ora che mi aveva promesso era diventato un'ora e mezza. L'entusiasmo di Elgin mi aveva impedito, fino a quel momento, di porgli la domanda per la quale ero andato li. Ora, improvvisamente, egli guard l'orologio e disse: Oddio, guarda che ora si  fatta. Dovrebbe andarsene. Ho da fare... Devo andare alle Highlands oggi pomeriggio. Forse pu venire in qualche altra occasione?. Eh... s, mi piacerebbe. Sorridendo cortesemente, il conte si alz. Mi alzai anch'io e ci stringemmo la mano. Avevo paura di esagerare, per ero deciso a non andarmene senza aver soddisfatto la mia curiosit.
Se non le dispiace, dissi, c' un'altra cosa che vorrei tanto chiederle. Ha a che fare con l'idea che mi sono fatto dei motivi che portarono Bruce a compiere la sua spedizione in Etiopia. Per caso sa... ehm... voglio dire, vi  qualche possibilit che Bruce sia stato un massone?. Elgin mi guard un po' stupito. Mio caro ragazzo, rispose, certo che era un massone. Questa era anzi una parte molto, molto importante della sua vita.

Secondo le tradizioni assumite ipoteri dell'Arca dell'Alleanza vennero utilizzati per innalzare questa mastodontica stele, che  alta oltre 21 metri e pesa 300 tonnellate.

L'Arca alla distruzione di Gerico.

Nadab eAbihu, due dei figli di Aronne, vengono colpiti a morte mentre si accostano all'Arca.

Dipinto di una chiesa etiope che raffigura re Salomone e la regina di Saba. Secondo la tradizione etiope il loro figlio rub l'Arca dell'Alleanza dal Tempio a Gerusalemme e la port in Etiopia.

Questo dipinto, proveniente da Israele, rappresenta un momento di venerazione dell'Arca dell'Alleanza ai tempi dell'Antico Testameno. Considerata il segno e il sigillo della presenza di Dio sulla terra, il'Aria, era la. reliquia pi sacra dell'antica fede ebraica.

Dopo aver ricevuto le tavole i pietra, che depose in seguito nell'Arca, Mos aveva il volto bruciato e cos intensamente luminoso che da quel momento dovette sempre coprirlo con un velo.

Un- Cavaliere Templare mostra la croix patte, che caratterizzava l'Ordine.

La moschea musulmana nota come Cupola della Roccia fu costruita nel VII secolo d.C. e sorge nel luogo un tempo occupato dal Tempio di Salomone sul Monte del Tempio a Gerusalemme.

All'interno della Cupola della Roccia spicca lo Shetiyyah, la pietra posta a fondamento del mondo, che costituiva il pavimento del Tabernacolo del Tempio di Salomone. E qui che Salomone pose l'Arca 3.000 anni fa ed  da qui che, scomparve.

in una delle chiese che si trovano sulle isole del Lago Tana un sacerdote: cristiano sta a guardia dell'accesso al Tabernacolo.

A sinistra: papa Clemente V. Al centro: Roberto I Bruce, che diede riparo ai Templari fuggitivi in Scozia. A destra: Il principe Enrico il Navigatore (1394-1460), Gran Maestro dei Cavalieri di Cristo, che eredit le tradizioni templari e mostr un grande interesse nei confronti dell'Etiopia.

Vasco de Gama, membro dell'Ordine dei Cavalieri di Cristo, il cui figlio don Cristoforo fu ucciso in Etiopia nel 1542.
James Bruce di Kinnaird, che si proclamava discendente di Roberto I Bruce e il cui epico viaggio in Etiopia, avvenuto alla fine del XVIII secolo, rivela un obiettivo segreto riguardante l'Arca dell'Alleanza. Bruce fu membro della Massoneria e un erede delle tradizioni Templari in Scozia.

Un sacerdote falasha mostra una copia della Torah scritto in ge'ez, : l'antica lingua liturgica etiope. La miniatura rappresenta il profeta Mos con in mano i Dieci Comandamenti.

Le cascate del Nilo Azzurro vicino al Lago Tana, in Etiopia.

Una barca fatta con canne di papiro sul Lago Tana.

Pietre cave sull'isola di Tana Kirkos, che sarebbero state usate per contenere il sangue durante i sacrifici alla presenza dell'Arca dell'Alleanza. I monaci affermano-che l'Arca rimase sulla loro isola per 800 anni prima di essere trasportata ad Axum.

Sommo Sacerdote qemant, al centro, col mantello scuro. Iqemant, una trib pagana la cui religione contiene forti elementi ebraici, affermano di essere giunti in Etiopia dalla terra di Canaan.

Un sacerdote falasha nel villaggio diAnbober, vicino Gonder, fotografato nel 1990. Un anno dopo quasi tutta la popolazione falasha d'Etiopia si era trasferita in Israele.

Alcuni sacerdoti cristiani compiono la danza di Davide davanti all'Arca durante la festa del Titnkat a Gondar.

 complesso del Tempio a Karnak, in Egitto.

Archeologi al lavoro nel luogo dove sorgeva il Tempio Ebraico sull'isola di Elefantina, nell'alto Egitto.

In alto: questo scrigno a forma di Arca, trasportato mediante due appositi pali, proviene dalla tomba di Tutankhamon. Sotto: l'autore esamina una misteriosa incisione su una stele caduta ad Axum. L'incisione e straordinariamente simile all'Arca trovata nella tomba di Tutankhamon e pu essere considerata la pi antica rappresentazione assumita dell'Arca dell'Alleanza. Tutankhamon regn in Egitto circa 100 anni prima che Mos guidasse l'Esodo.


Parte II
ETIOPIA, 1989-90 Il labirinto

Capitolo Ottavo NEL CUORE DELL'ETIOPIA

Durante la mia visita alla sua propriet in Scozia, il conte di Elgin conferm che i miei sospetti nei confronti di James Bruce erano esatti: l'esploratore era stato effettivamente un massone (membro della loggia Canongate Kilwinning N. 2 nella citt di Edimburgo).
 lgin mi disse anche che Bruce si era impegnato molto nel lato speculativo della Massoneria - distinto dalla pi pragmatica e mondana Massoneria di mestiere. Ci significa che egli si era interessato delle tradizioni esoteriche e occulte della confraternita - tradizioni, incluso il Templarismo, di cui la maggior parte dei massoni moderni non erano a conoscenza, n se ne interessavano.
Devo precisare, a questo punto, che non ho mai pensato che tutti i massoni avessero avuto accesso all'eredit templare; al contrario, era ragionevole presumere che solo un ristretto numero di essi vi fosse stato ammesso.
Bruce sembrava, in ogni caso, il membro ideale di questa lite privilegiata. Con la sua approfondita conoscenza delle Scritture, 'la sua attrazione erudita per le opere mistiche come il Libro di Enoch e la sua propensione per la parte speculativa del sistema massonico, egli era proprio il tipo di uomo adatto a investigare sulle tradizioni dei Templari riguardanti il luogo in cui veniva custodita l'Arca dell'Alleanza.
Dopo aver incontrato lord Elgin, quindi, ero ormai assolutamente certo che era stata proprio l'Arca, e non il Nilo, ad attirare l'avventuriero scozzese in Etiopia nel 1768. La sua paradossale disonest su alcuni argomenti chiave (paradossale dal momento che egli era normalmente molto sincero), la sua evasivit e la sua segretezza ora avevano un senso. Forse non sarei mai venuto a sapere quali misteri egli avesse scoperto sui monti abissini tanti anni prima; ora, per, mi sentivo per lo meno abbastanza sicuro sui motivi che lo avevano spinto l.
Era stato nell'estate del 1989 che avevo cominciato a domandarmi se Bruce fosse stato affiliato alla Massoneria, ma fu soltanto nell'agosto del 1990 che ebbi il famoso incontro con lord El-gin. Nel frattempo, come ho gi detto nel capitolo precedente,. avevo seguito la pista portoghese, rappresentata dai membri dell'Ordine di Cristo che si erano recati in Etiopia nel XV e XVI secolo.
Tutti gli elementi che avevo scoperto sembravano convergere nella direzione di una continua ricerca dell'Arca - un'avventura segreta che aveva attirato viaggiatori provenienti da terre e periodi storici differenti verso un unico, nobile obiettivo. Inoltre, se ci era vero per i secoli passati, non poteva essere vero anche oggi? Non poteva darsi che altre persone stessero cercando l'Arca in Etiopia proprio come me? Indipendentemente dallo stimolo della concorrenza, comunque, ci che avevo scoperto durante la primavera e l'estate del 1989 mi aveva convinto che era tempo che tornassi in Etiopia per verificare sul campo i risultati di quello che fino a quel momento era stato per lo pi un esercizio intellettuale.

Tempi difficili
Avevo preso la mia decisione fin dal giugno del 1989, ma dovettero passare parecchi mesi prima che potessi finalmente metterla in pratica. perch? perch il 19 maggio vi era stato ad Addis Abeba un violento colpo di mano che aveva gettato tutta l'Etiopia in un profondo sconvolgimento politico.
Il governo del presidente Menghistu hail Mariam sopravvisse, ma il prezzo da pagare fu molto alto. Una volta calmatesi le

acque, 176 ufficiali ribelli furono arrestati, compresi almeno 26 generali, tra cui il Comandante delle forze di terra e il Capo delle operazioni. Piuttosto che essere catturati e affrontare un processo, il Capo delle forze armate e il Comandante delle forze aeree si tolsero la vita. Altri 11 generali furono uccisi nei combattimenti e il Ministro della Difesa venne colpito a morte dai ribelli.
Le conseguenze di questo bagno di sangue avrebbero tormentato Menghistu e il suo regime per molto tempo: con i corpi dell'esercito praticamente smantellati, la capacit decisionale degli organismi militari era ridotta quasi a zero, uno stato di cose che non manc di ripercuotersi sui vari fronti di guerra. Infatti, nei mesi immediatamente seguenti il colpo di mano, l'esercito etiope sub una serie di sconftte che sfociarono nella sua totale espulsione dalla provincia del Tigre (che il FLPT dichiar zona liberata) e anche dalla maggior parte dell'Eritrea (dove il FLPT stava gi ponendo le fondamenta di uno stato indipendente). I combattimenti si diffusero con allarmante rapidit anche in altre aree - compresa la regione nord-orientale di Wollo, dove, nel settembre 1989, fu invasa l'antica citt di Lalibela, e la regione Gonder, dove la capitale fu posta sotto assedio.
Ma la conseguenza peggiore, almeno dal mio punto di vista egoistico, fu che il governo non aveva pi il controllo di Axum. Anzi, come ho gi detto nel capitolo 3, la citt sacra era caduta nelle mani del FLPT gi alla fine del 1988, qualche mese prima del colpo di stato. All'inizio io avevo sperato che si trattasse di una situazione transitoria, ma di fronte ai sanguinosi eventi della seconda met del 1989 dovetti arrendermi all'idea che forse i guerriglieri non avrebbero mai pi lasciato Axum.
L'unica cosa che potevo fare, a questo punto, era contattare la sede del FLPT a Londra e cercare di ottenere il loro aiuto per potermi recare nella zona che ora si trovava sotto il loro controllo. Tuttavia non mi sentivo pronto per compiere questo passo: la mia lunga collaborazione con il governo etiope, infatti, mi avrebbe fatto guardare dal Fronte di Liberazione con grande sospetto, ed era quindi possibile che, se non avessi giocato pi che bene le mie carte, essi opponessero un categorico e definitivo no alla mia richiesta di recarmi ad Axum. Francamente, per, devo dire

che ci che pi mi preoccupava era la mia incolumit fisica nel caso in cui essi mi avessero permesso di entrare: come amico dell'odiato regime di Menghistu, non poteva darsi che, durante la lunga e pericolosa strada per il Tigre, qualche guerrigliero locale pensasse che io ero una spia e mi sparasse - anche se la sede di Londra aveva autorizzato la mia visita? Nell'atmosfera del dopo-golpe niente era certo in Etiopia; non ci si poteva azzardare a fare progetti, n vi era modo di prevedere ci che sarebbe successo da una settimana all'altra. La situazione era aperta a ogni possibile evoluzione - non ultima la caduta di Menghistu e la completa vittoria delle forze unite del ELPT e del FLPE. Decisi perci di occuparmi di altri aspetti della mia ricerca, finch il quadro politico non si fosse chiarito. Fu quindi soltanto nel novembre 1989 che tornai finalmente in Etiopia.

Un nascondiglio segreto?
L'informazione che affrett il mio ritorno mi fu data dal gran reverendo Liqa Berhanat Solomon Gabre Selassi. La prima volta che incontrai quest'uomo dal nome tanto lungo fu a Londra, il 12 giugno 1989, e in quell'occasione notai che di lungo aveva anche una fitta barba grigia, oltre a una pelle color nocciola, due occhi luminosi e, appso al collo, un crocifisso di legno lavorato. Arciprete della Chiesa ortodosssa etiope di Santa Maria di Sion, nel Regno Unito, egli era, in realt, un missionario, inviato in Gran Bretagna alcuni anni prima dal Patriarcato di Addis Abeba al fine di diffondere il messaggio ortodosso. E in effetti era riuscito a fare un buon numero di proseliti, per lo pi giovani londinesi di origine indiana, alcuni dei quali erano venuti con lui all'incontro che avevo organizzato per carpirgli qualche informazione sull'Arca.
L'arciprete Salomon rappresentava ai miei occhi l'immagine esatta di un patriarca dell'Antico Testamento: la venerabile barba, i modi attenti ma furbi, la personalit carismatica temperata da una genuina umilt, e l'impressione che dava di essere sostenuto da una fede incrollabile, tutto contribuiva a creare questa sensazione.

Capii subito, appena cominciammo a parlare, che egli era assolutamente certo della presenza della sacra reliquia in Etiopia. Dall'alto della sua profonda cultura che gli consentiva di riempire il suo discorso con riferimenti biblici pronunciati con la sicurezza di chi ha passato una vita a studiare, egli esprimeva le sue opinioni con calma e decisione, senza neanche prendere in considerazione l'idea di poter sbagliare.
Mi procurai un foglio di carta e cominciai a prendere appunti mentre egli continuava a insistere sullo stesso concetto: l'originale Arca dell'Alleanza che era stata costruita ai piedi del Monte Sinai per contenere le tavole di pietra che recavano incisi i Dieci Comandamenti - proprio quell'unico, autentico oggetto era ora custodito ad Axum. Inoltre, aggiunse, essa possedeva ancora i suoi poteri, per Grazia di Dio, ed era protetta da tutta la popolazione del Tigre. Essa rimane oggi, concluse, nelle sicure mani della Chiesa e del popolo cristiano, che sempre si vede attorno alla cinta della chiesa. Prima che l'arciprete se ne andasse, scrissi una lista di 15 domande alle quali volevo che rispondesse, ma quando le sue risposte mi arrivarono per posta a met luglio, io mi trovavo in Egitto. Quando tornai, qualche settimana dopo, guardai appena le dieci pagine mezze manoscritte e mezze dattiloscritte che egli mi aveva mandato: ero infatti talmente impegnato ad analizzare ed elaborare il materiale che avevo raccolto in Egitto, che non mi preoccupai neanche di mandargli due righe di ringraziamento.
Un bel momento, all'inizio di novembre, presi finalmente in mano il foglio che avevo messo tra il materiale in sospeso pi di tre mesi prima, e vidi che esso conteneva punto per punto le risposte alle mie 15 domande. Alcune di queste risposte, poi, erano particolarmente interessanti e anche provocanti.
Per esempio, avevo domandato se i presunti poteri soprannaturali dell'Arca fossero mai stati utilizzati dai governanti dell'Etiopia per ottenere una vittoria in guerra. La Bibbia affermava esplicitamente che questo era avvenuto in parecchie occasioni nell'antico Israele. Se dunque l'Arca era davvero in Etiopia, non era forse logico supporre che questa tradizione si fosse mantenuta? Nella dottrina della nostra Chiesa, aveva risposto Solomon, Dio  l'unico potere dell'universo,  il creatore di tutto ci che esiste nella vita, visibile e invisibile. Egli stesso   luce eterna non creata, che concede a noi luce, potere e grazia. Esiste per una dimensione tangibile in cui noi possiamo capire la relazione tra Dio e l'Arca, poich se  vero che l'Arca contiene le dieci sacre parole della Legge, scritte da Dio, il dono della sua santit non pu essere ridotto all'interno di essa. Fino a oggi, quindi, la sua grazia rimane sopra l'Arca, e cos per mezzo del nome di Dio essa  santa e di grande valore spirituale.
Chi governava un tempo l'Etiopia, continuava la risposta dell'arciprete, lo sapeva. Poich la prima funzione dei governanti era di proteggere e difendere la fede cristiana ortodossa, essi avevano, durante le molte guerre combattute nei secoli passati, fatto ricorso all'Arca di tanto in tanto come fonte di forza spirituale contro gli aggressori... Il re chiamava a raccolta il popolo per la battaglia e i sacerdoti partecipavano come quando Giosu port l'Arca per la citt di Gerico. Cos i nostri sacerdoti portavano l'Arca, cantando e andando in battaglia per la gloria di Dio.
Quest'uso della sacra reliquia come una sorta di protezione per la guerra - e anche abbastanza efficace - non era affatto, secondo l'arciprete Solomon, un'abitudine limitata al lontano passato dell'Etiopia. Al contrario: Ancora nel 1896, quando il re dei re, Menelik II, combatt contro gli aggressori italiani alla battaglia di Adowa nella "regione del Tigre, i sacerdoti portarono in campo l'Arca dell'Alleanza. Il risultato fu che Menelik ottenne una netta vittoria e torn ad Addis Abeba con grandi onori.
Eilessi questa parte della risposta con molto interesse perch sapevo che Menelik aveva effettivamente ottenuto una netta vittoria nel 1896. Quell'anno, al comando del generale Baratieri, 17.700 italiani equipaggiati con artiglieria pesante e con armi all'avanguardia avevano marciato fino all'interno delle montagne abissine dalla fascia costiera dell'Eritrea, decisi a colonizzare tutto il paese. Le forze di Menelik, bench malpreparate e ancor peggio armate, li avevano affrontati ad Adowa la mattina del 1 marzo e li avevano battuti in meno di sei ore, in quella che uno storico descrisse in seguito come la pi grande vittoria di un esercito africano su uno europeo dai tempi di Annibale.

Con un tono analogo, lo Spectator londinese del 7 marzo 1896 commentava: Gli italiani hanno subito un vero e proprio disastro... il pi grande che sia mai capitato ai bianchi in Africa.
Ma dal momento che l'Arca era stata usata ad Adowa, non poteva essere che essa fosse utilizzata anche ai giorni nostri - magari dal FLPT, che aveva ora il controllo di Axum e che, come Menelik II, aveva certamente ottenuto, negli ultimi mesi, delle nette vittorie? Solomon, comunque, non faceva parola di questo nelle sue risposte scritte. Anzi - rispondendo a una mia domanda sulla sicurezza dell'Arca nella cappella del santuario durante i recenti combattimenti tra governo e forze ribelli - suggeriva uno scenario completamente diverso.
Quando gli avevo parlato a giugno, mi era sembrato molto sicuro che la sacra reliquia fosse ancora al suo posto, protetta da tutta la popolazione del Tigre. Adesso non mi pareva pi cos sicuro. Vi sono state rare occasioni, spiegava, in periodi di grande violenza e tribolazione, in cui il monaco guardiano, che sorveglia l'Arca notte e giorno fino alla morte,  stato costretto a coprirla e a portarla via da Axum per salvarla. Sappiamo, per esempio, che questo avvenne nel xvi secolo, quando il Tigre fu invaso dalle armate musulmane di Ahmed Gragn e Axum venne quasi interamente distrutta. In quell'occasione il guardiano port l'Arca al monastero di Daga Stephanos, che si trova su un'isola del Lago Tana. L essa fu custodita in un luogo segreto.
Pi di ogni altra cosa, per, fu la conclusione dell'arciprete che mi costrinse a sedermi e a riflettere un po'. Data l'attuale situazione di guerra e di caos in cui versava il Tigre, diceva infatti Solomon, poteva anche darsi che il guardiano avesse di nuovo portato via l'Arca da Axum.

Due laghi, due isole
Presi l'aereo per Addis Abeba marted 14 novembre 1989 e arrivai la mattina di mercoled 15 novembre. Bench i combattimenti continuassero in quasi tutta l'Etiopia settentrionale, ero ben deciso a perseguire gli obiettivi che avevo ben chiari in mente.

Se l'arciprete Solomon aveva ragione, forse allora la sacra reliquia che si riteneva essere l'Arca dell'Alleanza era custodita anche adesso nel monastero dell'isola di Daga Stephanos - in quello stesso luogo segreto nel quale era stata portata nel xvi secolo!
Non era questo, per, l'unico luogo in cui potevano averla nascosta. Ricordavo infatti che, in una delle tante nostre telefonate da lunga distanza, Belai Gedai mi aveva parlato di una tradizione precedente secondo la quale, al tempo della sollevazione organizzata dalla regina Gudit, nel x secolo, l'Arca era stata portata in una delle isole del Lago Zwai.
Ero dunque arrivato in Etiopia per indagare sia sul Lago Tana sia sul Lago Zwai: il primo si trovava nel nord -dilaniato dalla guerra, anche se in una zona ancora controllata dal governo; il secondo era invece in una regione meno pericolosa, a circa due ore di viaggio da Addis Abeba, in direzione sud.
Nei primi giorni che passai nella capitale etiope mi sentii oppresso dalla fretta. Avevo lasciato l'Inghilterra solo una settimana dopo aver letto le risposte dell'arciprete Solomon alle mie domande, e la ragione di tutta questa fretta era molto semplice: anche se il Lago Zwai era ancora abbastanza sicuro, almeno per il momento, non vi era invece alcuna garanzia che il Lago Tana sarebbe rimasto in mano alle forze governative ancora per molto tempo. Sapevo infatti che i ribelli avevano circondato la citt-fortezza di Gonder, che si trovava 30 miglia a nord del grande lago. Nel frattempo, sporadici colpi di artiglieria o sporadici attacchi erano stati rivolti anche contro il porto di Bahar Dar, sulla sponda meridionale. Poich l'unica via per arrivare a Daga Stephanos era quella di passare per Bahar Dar, sentivo che non avevo tempo da perdere.
Era fuori discussione riuscire a ottenere il permesso di viaggio interno attraverso i normali canali burocratici; perci, accompagnato dal mio vecchio amico Kichard Pankhurst che aveva lasciato per qualche giorno l'Istituto di studi etiopi per aiutarmi, decisi di sfruttare uno dei contatti di pi alto livello che avevo in Etiopia - Shimelis Mazengia, Capo dell'Ideologia e membro anziano del Politburo del Partito dei Lavoratori.

Alto e slanciato, sui quarant'anni, Shimelis, che parlava correntemente l'inglese, era un marxista impegnato, ma anche uno dei membri pi intelligenti e colti del Politburo. All'interno del regime aveva un'influenza notevole e sapevo, inoltre, che amava molto la storia antica del suo paese. Speravo quindi che si lasciasse convincere a usare il suo potere per aiutarmi nella ricerca che intendevo compiere - e quanto a questo non rimasi deluso: quando gli ebbi esposto il mio progetto, infatti, mi concesse prontamente il permesso di visitare i laghi Tana e Zwai. L'unica condizione era che il mio soggiorno al Tana fosse il pi breve possibile. Ha un programma preciso in mente? mi chiese.
Tirai fuori la mia agenda e, dopo averci pensato un attimo, proposi di partire per il Lago Tana luned 20: Andr in aereo fino a Bahar-Dar, E nolegger un motoscafo dell'Autorit marittima, visiter Daga Stephanos e torner ad Addis Abeba, diciamo, mercoled 22. In questo modo dovrei avere tempo a sufficienza... Se per voi va bene, potrei poi partire in macchina per Zwai gioved 23.
Shimelis si rivolse a Richard: Andr anche lei, professor Pan-khurst?.
Beh, se non ci sono problemi... certo mi piacerebbe molto andarci.
Non ci sono problemi, naturalmente.
Shimelis telefon poi alla sede della Polizia nazionale ad Addis Abeba e parl velocemente in amarico con qualche autorit del posto. Quando pos il ricevitore, ci disse che i permessi sarebbero stati a nostra disposizione dal pomeriggio.
Tornate a trovarmi venerd prossimo, disse, quando avrete finito al Lago Tana e al Lago Zwai. Potete prendere un appuntamento con la mia segretaria.
Quando lasciammo la sede del Partito eravamo di ottimoumore. Non avrei mai pensato che sarebbe stato cos facile,dissi a Richard. 


Capitolo Nono IL LAGO SACRO

Il volo da Addis Abeba a Bahar Dar, sulla costa meridionale del Lago Tana, dur circa un'ora e mezza. Bench si trattasse di una zona di guerriglia, l'atterraggio si svolse senza particolari accorgimenti e l'aereo scese con manovre lente, consentendoci di ammirare lo spettacolare scenario delle Cascate del Nilo Azzurro prima di toccare terra sulla pista sassosa. Da l, Richard Pankhurst e io percorremmo in taxi i pochi chilometri di strade alberate che ancora ci separavano dalla citt.
Ci sistemammo in due delle cento camere vuote dell'Hotel Tana, posto sulle rive del lago, e poi ci recammo al molo dell'Autorit marittima, dove era ormeggiato il motoscafo che speravamo di poter utilizzare. Dopo lunghe trattative con gli ufficiali preposti, ottenemmo finalmente l'autorizzazione ad affittare l'imbarcazione - ma non prima del giorno seguente, marted 21 novembre, e solo al prezzo piratesco di 50 dollari all'ora. Poich non avevo altra scelta, accettai brontolando questa specie di estorsione e chiesi di prepararmi il motoscafo per le 5 del mattino.
Per passare il tempo, quel pomeriggio, lasciammo Bahar Dar e ci recammo nel vicino villaggio di Tissisat; qui girammo a piedi tra i campi coltivati finch giungemmo a un grande ponte di pietra posto al di sopra di una profonda gola. Edificata dai portoghesi all'inizio del xvn secolo, questa costruzione traballante sembrava molto pericolosa; Richard per mi assicur che il ponte era ancora funzionante. Lo attraversammo, poi ci arrampicammo sul fianco di una collina: giunti sulla cima, da dietro un cespuglio

di rovi apparvero improvvisamente due miliziani, i quali ci fermarono, controllarono i nostri passaporti (il mio, come al solito, lo esaminarono al contrario) e ci fecero cenno che potevamo proseguire. 
Dopo un quarto d'ora, dopo aver attraversato una stretta mulattiera delimitata ai bordi da rovi tropicali e margherite gialle, cominciammo a sentire sotto i piedi una lenta, roboante vibrazione. Continuammo a camminare, avvertendo nell'aria un'umidit crescente, e poco dopo scorgemmo in lontananza proprio ci che eravamo venuti a vedere - lo spettacolare dirupo di pietra basaltica dal quale il Nilo Azzurro si getta con immenso vigore prima di intraprendere il suo epico viaggio per uscire dalle montagne abissine.
Il nome locale delle Cascate del Nilo Azzurro, come pure del villaggio che si deve per forza attraversare per arrivarci,  Tissisat, che significa acqua che fuma. E capii il perch mentre me ne stavo l rapito, ad ammirare gli arcobaleni che si formavano tra le goccioline di spuma spruzzate in alto, nell'aria, dalla cataratta ribollente.
Mi torn in mente la descrizione che di questo spettacolo aveva fornito l'esploratore scozzese James Bruce in occasione della sua visita del 1770 - e rimasi colpito da quanto le sue parole corrispondessero alla verit:
Il fiume... cadeva in un unico getto d'acqua largo circa mezzo miglio, senza intervalli, con una forza e un rumore che erano davvero terribili, che mi stordirono e mi resero, per un certo periodo, quasi tramortito. Un vapore intenso, quasi una nebbia, avvolgeva la cascata tutto intorno, restando sospesa su tutto il corso dell'acqua, sia verso l'alto che verso il basso, di modo che l'acqua non si vedeva... Era uno spettacolo magnifico, che gli anni, fino alla fine della vita, non riusciranno a cancellare dalla mia memoria; mi sentii preso da un tale stupore che dimenticai dov'ero, e scordai ogni altra preoccupazione terrena.
L'Etiopia, riflettei, era davvero una terra in cui sembrava che il tempo si fosse fermato: non vi era assolutamente nulla, nella scena che avevo davanti a me, che facesse pensare che erano passati pi di due secoli da quando Bruce era stato l. Di nuovo - e non sarebbe stata l'ultima volta - provai una sorta di empatia nei confronti del viaggiatore scozzese con cui per caso avevo in comune

il cognome (da parte di madre: mia nonna era una Bruce e questo era anche parte del mio cognome).
Pi tardi, circondati da folle di bambini del posto che si erano materializzati dal nulla per chiederci denaro, penne e dolci, Richard e io prendemmo la via del ritorno verso il villaggio di Tis-sisat. Fino a questo momento, dunque, il pomeriggio era trascorso nel modo pi idilliaco e rustico; anche gli uomini della milizia che ci avevano perquisito lo avevano fatto in maniera piuttosto soft e con buone maniere. Adesso, invece, appena riattraversammo il ponte portoghese ai primi freddi della sera, ci trovammo davanti uno spettacolo stridente e imprevisto: almeno 300 soldati pesantemente armati e vestiti con tute da battaglia avanzavano verso di noi venendo dalla direzione opposta.
Era impossibile stabilire se avevamo di fronte truppe del governo o ribelli: gli uomini, infatti, non portavano addosso insegne di reggimento, n altri segni di identificazione. E non sembravano nemmeno nei ranghi o sotto il controllo di qualche ufficiale; anzi, invece che marciare ordinatamente, essi avanzavano goffamente e senza alcun criterio, con un'espressione truce dipinta sul volto. Notai anche che alcuni degli uomini trasportavano le loro armi con tanta trascuratezza e poca cautela: uno usava il fucile come bastone da passeggio; un altro agitava con noncuranza un lanciarazzi carico che, se fosse partito accidentalmente un colpo, avrebbe potuto demolire un edificio di mole discreta - compreso il ponte sul quale ci trovavamo tutti.
Richard, che conosceva l'amarico meglio di me, salut parecchi individui con fare piuttosto familiare, ad altri strinse la mano e a quasi tutti fece strani gesti amichevoli. Pensano che tutti gli stranieri siano un po' matti, mi spieg in un bisbiglio. Mi sto solo conformando allo stereotipo. Credimi,  la cosa migliore da fare.
Il gioiello d'Etiopia
La mattina dopo arrivammo al molo dell'Autorit marittima alle 5. Non vi era alcun segno di vita e Richard, che era avvolto in una coperta per ripararsi dal freddo, mormor qualcosa sulla sindrome del maambfak.

Che cos'?, chiesi.
Si fissano molti appuntamenti, ma pochi vengono rispettati, brontol lo storico.
Nel giro di mezz'ora, invece, arriv il capitano della motonave Dahlak. Era un uomo ben rasato che indossava un abito di buona fattura, e che si present come Wondemu, qualificandosi, con grande umilt, come Secondo deputato - Vice amministratore regionale: Ieri pomeriggio il mio capo ha ricevuto una telefonata da Comrade Shimelis Mazengia di Addis Abeba, il quale gli ha detto che dovevamo badare a voi. Mi sono messo immediatamente in contatto con il vostro albergo, ma voi non c'eravate. Poi ho saputo dalla reception della ricerca che dovete condurre oggi. Ed eccomi qua, concluse con un amabile sorriso.
Alle 5,45 - tremando per il freddo - ci mettemmo in acqua e facemmo rotta verso Daga Stephanos, circa venti miglia a nord. Il sole stava gi sorgendo tra le montagne che orlavano la sponda orientale del grande lago, e una fresca brezza portava fino a noi il suono degli uccellini che cantavano e di cani che abbaiavano. Dopo poco Richard e Wondemu scomparvero in cabina a chiacchierare e bere un t. Io, stordito dallo spettacolo della natura, dall'aria di montagna e dal romanticismo del viaggio, rimasi sul ponte ad ammirare il panorama lacustre che mi sfrecciava davanti e a preoccuparmi - anche se subliminalmente - di quanto mi sarebbe venuta a costare questa piccola crociera turistica. Per arrivare a Daga, aveva detto il capitano, ci sarebbero volute circa due ore e mezza. Dal momento che avremmo dovuto fermarci sull'isola almeno altrettanto e poi compiere il viaggio di ritorno, calcolai che avrei dovuto sborsare quasi 400 dollari.
Queste mie elucubrazioni aritmetiche leggermente deprimenti furono interrotte dalla vista di due lunghe imbarcazioni che puntavano verso di noi dall'altra sponda del lago. Nella luce rosea dell'alba riuscii a distinguere, accovacciati all'interno di ognuna delle barche, cinque o sei uomini che tenevano in mano i remi e, all'unisono, li alzavano e li immergevano nell'acqua, li alzavano e li immergevano, li alzavano e li immergevano.
Sapevo gi, dalla mia precedente visita del 1983, che imbarcazioni come queste, che si chiamavano tankwa, erano uno spettacolo piuttosto comune sul Lago Tana. Le due che in questo momento correvano parallele a noi, in direzione oppposta, erano per molto pi grandi delle altre che avevo visto, anche se la struttura di base era chiaramente la stessa, fatta di fasci di canne di papiro legati insieme.
Poich nei mesi precedenti avevo trascorso molto tempo a studiare i siti archeologici dell'Egitto, ero in grado adesso di verificare con i miei occhi ci che vari altri storici avevano gi osservato: che, cio, i tankwa etiopi avevano una strana somiglianza con le barche di giunco usate all'epoca dei faraoni per il trasporto, la caccia e la pesca sul Nilo. Avevo visto delle rappresentazioni di imbarcazioni proprio come queste, con la prua alta, negli affreschi che decoravano le tombe della Valle dei Re e anche in alcuni bassorilievi delle mura del tempio a Karnak e a Luxor.
Non era la prima volta che mi chiedevo se gli antichi egizi avessero mai visitato la regione del Tana. E non soltanto per la somiglianza nella struttura delle imbarcazioni - elemento che comunque denotava una forte influenza culturale - ma anche per l'importanza del lago come principale bacino di riserva del Nilo Azzurro.
Il Lago Tana in se stesso non  considerato ufficialmente come la sorgente del grande fiume: si dice infatti che esso nasca dalle fonti gemelle - poste verso il sud, tra le montagne - esplorate da Bruce e da altri prima di lui. Queste sorgenti danno origine a un fiume chiamato Piccolo Abai che scorre all'interno del lato meridionale del lago (si riesce bene a distinguere nell'acqua un flusso di corrente ben circoscritto) e poi ne esce col nome di Grande Abai, nome locale del Nilo Azzurro.
In realt, invece, come  ormai universalmente riconosciuto, la vera sorgente del Nilo Azzurro  proprio il Lago Tana, che viene alimentato non soltanto dal Piccolo Abai, ma anche da molti altri fiumi, raccogliendo cos le acque di gran parte delle montagne abissine. Anzi, con una superficie di 3.673 chilometri quadrati, questo grande lago interno rappresenta circa i 6/7 del volume totale di acque in Etiopia, unendo i corsi del Nilo Azzuro e del Nilo Bianco. Ma  soprattutto la lunga stagione delle piogge in Etiopia - che riversa giganteschi torrenti d'acqua nel Lago

Tana e lungo il Nilo Azzurro - che, da tempi immemorabili, provoca le annuali inondazioni che apportano fango e fertilit alla regione egiziana del Delta. Al suo confronto, il contributo del Nilo Bianco, che  pi lungo, ma perde pi di met del suo volume d'acqua nelle paludi del Sudan,  assolutamente modesto.
Pertanto, mentre me ne stavo l seduto a guardare i tankwa di canne di papiro, mi sembrava impossibile che i sacerdoti di Karnak e Luxor - che adoravano il Nilo come una forza dispensatrice di vita e anche, simbolicamente, come un dio - non si fossero mai spinti, in nessun momento della loro storia, fino in Etiopia. Non vi era alcuna prova che avvalorasse quello che era solo un altro dei miei sospetti; eppure, nel sinistro bagliore dell'alba di quella mattina di novembre, mi sentivo sicuro che in qualche modo gli antichi egizi dovevano aver visitato - e venerato - il Lago Tana.
Certo il geografo greco Strabone, che visse all'incirca nell'epoca di Cristo e aveva studiato a fondo la cultura egizia, sapeva (a differenza degli studiosi successivi) che il Nilo Azzurro nasceva da un grande lago dell'Etiopia, un lago che egli chiam Pse-boe7. Nel n secolo d.C. il geografo egizio Claudio Tolomeo espresse un'opinione simile, anche se chiam il Tana Coloe. E persino nell'Atene del V secolo a.C, il tragediografo Eschilo probabilmente esprimeva ben pi che una fantasia poetica quando parlava di un lago color rame... che  il gioiello d'Etiopia, dove il sole che tutto pervade torna infinite volte a immergere le sue forme immortali e trova conforto al suo triste peregrinare in dolci ondulazioni che sono come calde carezze.
E questi, lo sapevo, non erano i soli riferimenti che collegavano le acque misteriose del Lago Tana alle antiche culture di Grecia, Egitto e Medio Oriente. Mentre stavo seduto sulla prua della motonave Dahlak in rotta verso Daga Stephanos, mi venne in mente che anche gli abissini credevano fermamente che il Nilo Azzurro fosse niente meno che il Gihon della Genesi (2,13) - il secondo fiume che attraversa tutta la terra d'Etiopia. Questa, inoltre, era una tradizione molto antica, quasi certamente pre-cristiana, e quindi rafforzava notevolmente l'ipotesi che il lago, insieme ai suoi fiumi e alle sue isole, potesse davvero avere qualche legame con l'Arca dell'Alleanza.
Cominciai allora a guardare avanti con rinnovato ottimismo, contando le miglia che ancora ci separavano dai verdi pendii dell'isola di Daga, che affioravano dalle acque luminose come la vetta di una montagna sommersa.

Daga Stephanos
Erano circa le 8,30 quando finalmente attraccammo a Daga. Il sole era ormai alto nel cielo e, malgrado l'altitudine (il Tana si trova a pi di 1.800 m sul livello del mare), il mattino era caldo, umido e senza vento.
Sul molo di legno ci venne incontro una delegazione di monaci vestiti con abiti tremendamente sporchi. Essi stavano chiaramente controllando da tempo la nostra manovra di accostamento, ma non sembravano per nulla contenti di vederci. Wondemu scambi due parole con loro e alla fine, con evidente riluttanza, essi ci fecero strada attraverso una stretta piantagione di banane, su un sentiero ripido e tortuoso che conduceva alla sommit dell'isola.
Mentre camminavamo mi tolsi il golf che indossavo, stesi le braccia e feci due o tre respiri profondi. Il sentiero attraversava una fitta foresta e le foglie degli alberi formavano come una tenda sopra di noi. L'aria era carica dell'odore pesante della terra rivoltata da poco; api e altri grandi insetti si davano da fare attorno a noi e, in lontananza, sentivo il suono monotono di una tpica campana di pietra.
Alla fine, un centinaio di metri al di sopra del lago, cominciammo a vedere degli edifici circolari coi tetti di paglia - le abitazioni dei monaci. Passammo quindi sotto un arco intagliato all'interno di un alto muro di pietra e ci trovammo in un terreno erboso al centro del quale si ergeva la chiesa di Santo Stefano: era un lungo edificio rettangolare, curvo alle estremit, con un lungo corridoio coperto che si estendeva tutto intorno.
Non sembra cos vecchio, dissi a Richard.
Non lo , rispose. L'edificio originale fu distrutto in un incendio circa un secolo fa.
Sar stato quello in cui fu portata l'Arca nel xvi secolo, vero?.

S. In realt  almeno, da un migliaio di anni, forse anche di pi, che in questo punto sorge una chiesa. Daga  considerata uno dei luoghi pi santi del Lago Tana ed  per questo che sono conservati qui i corpi mummificati di cinque antichi imperatori. Wondemu, adempiendo alla funzione - che egli stesso si era dato-di nostra guida e portavoce, stava parlando a bassa voce con alcuni dei monaci. Ne stacc dal gruppo uno - i cui abiti erano leggermente pi puliti di quelli dei suoi compagni - e lo condusse per mano verso di noi. Questo, ci annunci con orgoglio,  l'arciprete Kifle-Mariam Mengist. Risponder a tutte le vostre domande.
L'arciprete, per, sembrava avere idee tutte sue a questo proposito. Nel suo sguardo corrucciato si leggeva un misto di ostilit, risentimento e avidit. Senza parlare squadr Richard e me, poi si volse a Wondemu e bisbigli qualcosa in amarico.
Ah..., sospir la nostra guida, ho paura che voglia del denaro. Serve per comprare candele, incenso e... ehm... altri oggetti da chiesa.
Quanto?, chiesi.
Quello che ritenete giusto. Io proposi 10 birr etiopi - circa 5 dollari - ma Kifle-Mariam mi fece capire che non bastavano. Anzi, era una somma talmente modesta che non accenn neanche il gesto di prenderla dalle mie mani.
Credo che dovreste offrire di pi, mi sugger gentilmente Wondemu in un orecchio.
Lo far senz'altro, naturalmente, dissi. Ma vorrei sapere che cosa ne otterr in cambio.
In cambio egli parler con voi. Altrimenti dice che ha molto da fare.
Ci accordammo, dopo altre discussioni, per 30 birr. Il monaco prese in fretta i soldi e li nascose in una fetida piega o tasca della sua veste. Ci avviammo quindi lungo il portico che circondava la chiesa e ci sedemmo all'ombra del cornicione che pendeva dal tetto di paglia. Parecchi altri monaci ci seguirono e se ne stettero l per tutto il tempo con un'aria forzatamente contemplativa, facendo finta di non sentire la nostra conversazione.

Kifle-Mariam Mengist cominci col dirci che si trovava sull'isola da 18 anni ed era ormai un esperto di tutto ci che concerneva il monastero. E, forse per dimostrare ci che aveva appena detto, si lanci in una specie di storia preconfezionata - che sembrava non avere mai fine.
Bene, lo interruppi quando Wondemu mi spieg il senso di tutto questo noioso discorso. Io voglio effettivamente un quadro generale della materia, ma prima vorrei porre all'arciprete una domanda specifica - che  questa: ho sentito dire che l'Arca dell'Alleanza fu portata qui nel XVI secolo quando Axum venne attaccata dalle armate di Ahmed Gragn. Conosce egli questa storia? E corrisponde al vero?.
Seguirono 15 o 20 minuti di discorsi incomprensibili, alla fine dei quali Wondemu annunci che il prete decisamente non conosceva la storia, e che perci, dal momento che non la conosceva, non poteva dirci se era vera o no.
Tentai allora una strada diversa. Essi hanno un tabot, qui, in questa chiesa?. Attraverso la porta d'ingresso aperta, dietro di noi, indicai l'entrata del tabernacolo, che si intravedeva nel chiarore della chiesa. Dopo un altro ciclo di domande e risposte in amarico, Wondemu annunci: S. Certo che hanno un tabot.
Bene. Una cosa almeno l'abbiamo appurata. Ora, gli chieda questo: pu affermare che il loro tabot sia una copia del tabot originale di Axum?.
Forse, fu l'enigmatica risposta.
Capisco. OK. In tal caso vorrei che gli chiedesse qualcosa sull'Arca dell'Alleanza: come arriv ad Axum, chi la port, ecc. Gli faccia raccontare la storia con parole sue.
Subito mi giunse una risposta immediata e meccanica. Dice di non conoscere la storia, tradusse tristemente Wondemu. Dice che non  un'autorit in questa materia.
C' qualcuno che lo ?, chiesi esasperato.
No. Kifle-Mariam Mengist  il sacerdote pi anziano dell'isola. Se non lo sa lui,  impossibile che qualcun altro lo sappia. Guardai Richard: Che cosa sta succedendo? Io non ho mai, mai incontrato un sacerdote etiope che non conoscesse la versione del Kebra Nagast sull'Arca.

Il mio amico alz le spalle. Neanch'io, veramente.  molto strano. Forse dovresti offrirgli... un altro piccolo incentivo. Finisce sempre tutto in soldi, vero?, brontolai. Se era dell'altro denaro che voleva questo bellimbusto per aprire la bocca, tanto valeva pagare il pi presto possibile. Dopo tutto, ero venuto da Londra proprio per fare delle ricerche su Daga Stephanos -e inoltre in questo momento la motonave Dahlak era ormeggiata al porto, con il tassametro che correva al ritmo di circa un dollaro al minuto. Con truce rassegnazione gli passai un'altra manciata di banconote accartocciate.
Questo ulteriore atto di generosit, per, non and a buon fine: il sacerdote, infatti, non aveva proprio pi niente da dire su questo argomento. Quando finalmente lo capii - e mi ci volle parecchio tempo - mi appoggiai a uno dei pilastri che sostenevano il tetto e, guardandomi le unghie delle mani, cercai di riflettere su ci che mi conveniva fare.
Vi erano due spiegazioni possibili per questa apparente ignoranza di Kifle-Mariam Mengist: una, la meno probabile, era che egli effettivamente non ne sapesse nulla; la seconda, molto pi probabile, era che stesse mentendo.
Ma perch avrebbe dovuto farlo? Beh, ragionai, anche per questo le spiegazioni possibili erano due. La prima - e la meno probabile - era che egli avesse qualcosa di importante da nascondere. La seconda - molto pi probabile - era che volesse carpire qualche altra banconota dal mio gruzzolo di moneta etiope, che si stava rapidamente dissolvendo. '
Mi alzai e dissi a Wondemu: Glielo chieda di nuovo. Gli chieda se l'Arca dell'Alleanza fu portata qui da Axum nel XVI secolo... e gli chieda se  qui anche adesso. Gli dica che non si pentir di avermi i risposto.
La nostra guida mi guard con aria interrogativa. Avanti, insistetti, glielo chieda.
Ancora una discussione in amarico, poi Wondemu mi disse: Ripete ci che ha gi detto prima. Non sa nulla dell'Arca dell'Alleanza. Ma dice anche che da moltissimo tempo non viene portato niente dall'esterno a Daga Stephanos.
A questo punto il gruppo di monaci che fino a quel momento

se ne era stato l fermo a origliare la mia conversazionne con Ki-fle-Mariam Mengist cominci a disperdersi.
Uno di essi, per - scalzo, senza denti e con degli stracci addosso che lo avrebbero fatto passare per un mendicante in qual-siasi strada di Addis Abeba - ci accompagn nel nostro viaggio sul sentiero scosceso che ci riport verso il molo. Un attimo prima che ci imbarcassimo, egli trasse in disparte Wondemu e gli bisbigli qualcosa all'orecchio.
Che cosa voleva?, chiesi con una certa asprezza, pensando a una nuova richiesta di denaro.
Il denaro, invece, questa volta non c'entrava. Wondemu aggrott le sopracciglia: Dice che dovremmo andare a Tana-Kir-kos. Sembra che l potremo sapere qualcosa sull'Arca... qualcosa di importante.
Che cos' Tana Kirkos?.
 un'altra isola... a est di questa.  abbastanza lontano.
Gli chieda di dirci qualcosa di pi. Che cosa intende per qualcosa di importante?.
Wondemu gli fece la domanda e tradusse la risposta. Dice che l'Arca dell'Alleanza  a Tana Kirkos. E tutto ci che sa.
Di fronte a questa strabiliante notizia la mia prima reazione fu di innalzare gli occhi al cielo, passarmi distrattamente una mano nei capelli e dare un calcio al fianco dell'imbarcazione. Nel frattempo il monaco, dal quale avrei voluto maggiori informazioni, si era incamminato lungo il molo ed era sparito nel campo di banane.
Guardai l'orologio: era quasi mezzogiorno. Eravamo fuori da Bahar Dar gi da sei ore, ovvero 300 dollari.
Tana Kirkos  sulla strada del ritorno?, domandai a Wondemu.
No. Devo chiedere al capitano.
Questi ci disse che avremmo impiegato circa un'ora e mezza.
E dopo, quanto ci vorr per tornare a Bahar Dar?.
Circa tre ore di pi.
Feci a mente alcuni rapidi calcoli. Diciamo, due ore a Tana Kirkos, pi un'ora e mezza per arrivarci, pi tre ore per tornare a Bahar Dar... fa sei ore e mezza. Arrotondiamo a sette, che si aggiungono alle sei che abbiamo gi fatto: in tutto fanno tredici. Tredici terribili ore, a 50 cocuzze all'ora: minimo 650 dollari. Cristo!

Rifletta tra me e me per un certo tempo; alla fine - con il cuore pesante tanto quanto era leggero il mio portafoglio - decisi di andare.
Naturalmente l'Arca non poteva essere a Tana Kirkos, questo lo sapevo. In effetti la cosa pi probabile era che mi dessero di nuovo il benservito, proprio come a Daga Stephanos. Mi avrebbero estorto soldi su soldi finch, a un certo punto, sarebbe stato chiaro che non ne avrei dati pi allora mi sarebbe stato dato un altro piccolo indizio che mi avrebbe portato su un'altra isola - e via di nuovo, a ingrossare i portafogli di un'altra comunit di anacoreti bisognosi.
James Bruce, che era stato a Tana nel xvm secolo, aveva scritto: Vi sono 45 isole abitate nel lago, se dobbiamo credere agli abissini, che, in ogni cosa, sono dei grandi bugiardi....

Tana Kirkos
Devo dire che non ero certo in uno stato d'animo molto ben disposto quando arrivammo a Tana Kirkos. Eppure, mentre me ne stavo sulla prua della motonave Dahlak lanciando torve occhiate all'isola che stava davanti a me, dovetti ammettere che si trattava di un posto incantevole, fuori dal comune. Completamente coperta di fitti rovi, alberi in fiore e alte piante di cactus, l'isola era dominata da un'alta vetta sulla quale riuscivo a distinguere soltanto il tetto di paglia di un'abitazione di forma circolare. L'aria era tutto uno svolazzare di colibr, martin pescatori e tordi. In una piccola baia sabbiosa, su un molo improvvisato, stava un gruppo di monaci: guardando meglio vidi che stavano sorridendo.
Gettammo l'ancora e uscimmo dalla barca. Wondemu fece il solito giro di presentazioni e spiegazioni. Ci stringemmo le mani e ci scambiammo lunghi saluti. Infine fummo condotti su uno stretto sentiero ricavato dal fianco di un grigio pendio; giunti sulla sommit, passammo attraverso un archivolto - anch'esso intagliato nella nuda roccia - e ci ritrovammo infine in uno spiazzo nel quale si trovavano tre o quattro edifici fatiscenti e una dozzina di monaci dalle vesti logore e cenciose.

Racchiuso da mura rocciose naturali, lo spiazzo erboso in cui ci trovavamo era silenzioso e oscuro. La luce che penetrava, filtrata com'era da alberi e cespugli, sembrava fioca e verdastra. Contro tutte le previsioni, cominciai a sospettare che in questo posto vi fosse davvero qualcosa che valeva la pena di vedere, dopo tutto. Non avrei saputo spiegare il perch, ma questo posto mi sembrava giusto tanto quanto Daga Stephanos mi era sembrato sbagliato.
A questo punto arriv il sacerdote armano e, attraverso Won-demu, si present come Memhir Fisseha. Era piuttosto curvo e odorava d'incenso. Non chiese soldi, ma domand se avevamo o no il lasciapassare della sicurezza.
Questa domanda, fatta da una personalit di tutto rispetto, in abiti clericali, mi lasci non poco perplesso.
Certo che ce l'abbiamo, dissi. Tirai fuori dalla tasca il permesso che avevamo ottenuto dalla polizia di Addis Abeba e lo diedi a Wondemu, che a sua volta lo pass a Memhir Fisseha. Il vecchio - tutti i preti erano cos vecchi in Etiopia? - esamin il documento con un'aria astratta e poi me lo restitu. Sembrava soddisfatto.
Wondemu spieg che io volevo porre alcune domande su Tana Kirkos e sull'Arca dell'Alleanza. C'erano obiezioni?
No, rispose il sacerdote con tono, notai, piuttosto mesto. Ci indirizz verso la porta di quella che, dalle pentole e tegami anneriti che scorgemmo all'interno, arguimmo essere la cucina. Egli sedette su un piccolo sgabello e ci indic di fare altrettanto.
Crede, cominciai, che l'Arca dell'Alleanza fu portata da Gerusalemme in Etiopia dall'imperatore Menelik I?.
S, tradusse Wondemu.
Tirai un sospiro di sollievo. Andavamo gi molto meglio che a Daga Stephanos.
Ho sentito dire, continuai, che l'Arca adesso  qui, sull'isola di Tana Kirkos.  vera questa storia?.
Un'espressione angosciata percorse il volto grinzoso di Memhir Fisseha mentre rispondeva: Era vero.
Era vero? Che cosa diavolo significava? Gli dica di spiegarsi

meglio, urlai a Wondemu in preda a una grande agitazione. Che cosa intende con era vero?.
La risposta del sacerdote sort l'effetto di eccitarmi e deprimermi nello stesso tempo: Era vero. Ma l'Arca dell'Alleanza non  pi qui.  stata portata ad Axum.
Riportata ad Axum!, esclamai. Quando? Quando l'hanno presa?.
Segu una fitta discussione in amarico; infine Wondemu tradusse: L'Arca fu portata ad Axum 1600 anni fa, al tempo del re Yjl2s\&. Non {a riportata, fu semplicemente portata l, e da allora vi  sempre rimasta.
Mi sentii perplesso e frustrato. Fatemi capire, dissi dopo averci pensato un momento. Non sta dicendo che l'Arca  stata qui recentemente e che ora  tornata ad Axum, vero? Sta dicendo che vi and molto tempo fa.
Esatto. 1600 anni fa. E questo che dice.
OK, allora gli chieda questo. Come  arrivata qui l'Arca la prima volta? Vi arriv da Axum, e poi ci  ritornata? Oppure era qui prima di essere mai stata portata ad Axum? Sembra che egli stia affermando proprio questo, ma voglio esserne assolutamente sicuro.
Lentamente e faticosamente la storia venne ricostruita. Tirarla fuori da quel prete fu come estrarre la radice di un dente marcio da una gengiva infiammata. Egli ebbe bisogno di consultarsi varie volte con gli altri monaci e lesse anche un brano di un grosso libro rilegato in pelle e scritto in antico ge'ez.
In sostanza, ci che Memhir Fisseha ci disse fu che l'Arca era stata rubata dal Tempio di Salomone a Gerusalemme da Menelik e dai suoi compagni. Essi l'avevano portata fuori da Israele, in Egitto; poi avevano seguito il Nilo - prima il Nilo e poi il suo affluente Tacazz - finch avevano raggiunto l'Etiopia.
Questa, naturalmente, era la tradizione del furto dell'Arca riportata dal Kebra Nagast; ci che seguiva era invece completamente nuovo.
Cercando un luogo sicuro e adeguato dove poter sistemare la preziosa reliquia, continu il vecchio sacerdote, i fuggiaschi erano arrivati a Tana. A quel tempo, disse, tutto il lago era sacro.

Era caro a Dio, un luogo santo. Essi erano dunque giunti a Tana, sulla sponda meridionale, e avevano scelto quest'isola, ora chiamata Kirkos, come luogo ove custodire l'Arca.
Per quanto tempo essa rimase qui?, domandai.
Per 800 anni, rispose. Ci ha benedetto con la sua presenza per 800 anni.
C'era qualche edificio? Fu posta in qualche tempio?.
Non vi erano edifici. L'Arca Santa fu posta all'interno di unatenda. E rimase dentro la tenda, qui a Tana Kirkos, per 800 anni A quel tempo eravamo ebrei. In seguito, quando diventammocristiani, il re Ezana port l'Arca ad Axum e la colloc nellagrande chiesa di quella citt. :
E lei dice che l'Arca fu portata ad Axum 1600 anni fa?, chiesi ancora al sacerdote.
S.
Allora, se in precedenza era stata per 800 anni a Tana Kirkos, deve esservi arrivata - vediamo - qualcosa come 2400 anni fa. Giusto? Mi sta dicendo che essa arriv qui circa 400 anni prima della nascita di Cristo?.
S.
Ma lei certamente sa che il 400 a.C.  un bel po' di tempo dopo Salomone - che dovrebbe essere il padre di Menelik. In effetti a quella data Salomone doveva essere morto da circa 500 anni. Che cosa mi risponde a questo?.
Non rispondo niente. Le ho raccontato la nostra tradizione come  riportata nei nostri testi sacri e nella nostra memoria.
Una delle precisazioni che il sacerdote aveva fatto un attimo prima mi aveva interessato molto: Mi ha detto che eravate ebrei allora, vero? Che cosa significa? Che tipo di religione seguivate?.
Eravamo ebrei. Praticavano sacrifici... l'agnello sacrificale. E continuammo con questa pratica finch fu portata qui l'Arca da Axum. Poi venne Abba Salama e ci insegn la fede cristiana, e costruimmo qui una chiesa.
Sapevo che Abba Salama era il nome etiope di Frufnenzio, il vescovo striano che aveva convertito al cristianesimo re Ezana e tutto il regno assumita intorno al 330. Questo significava che

le date approssimative che Memhir Fisseha mi aveva dato avevano effettivamente un senso - o almeno possedevano una loro logica intrinseca. L'unica contraddizione era rappresentata dal forte divario tra l'epoca di Salomone - met del K secolo a.C. - e la data in cui l'Arca sarebbe stata portata a Tana Kirkos (la quale, se sottraiamo 800 anni dal 330 d.C, dovrebbe corrispondere al 470 a.C).
Continuai: Prima che arrivasse Abba Salama e vi insegnasse il cristianesimo, non avevate chiese qui?.
No. Ve l'ho detto. Eravamo ebrei. Praticavamo sacrifici. Fece una pausa, quindi-aggiunse: Il sangue dell'agnello veniva raccolto in un'ampolla... un gomer. Poi veniva versato su alcune pietre, delle piccole pietre. Sono qui tuttora, anche ai giorni nostri.
Scusi, pu ripetere? Che cosa  qui tuttora?.
Le pietre che usavamo per i sacrifici quando eravamo ebrei. Quelle pietre sono qui, sull'isola. Sono qui adesso.
Possiamo vederle?, chiesi. Sentii un brivido di eccitazione. Se ci che Memhir Fisseha aveva detto era vero, stavamo per avere una prova - una vera prova fisica - a sostegno della storia singolare, ma stranamente convincente, che ci aveva raccontato.
Potete vederle, rispose. Seguitemi, ve le mostrer.

L'aspersione del sangue
Il sacerdote ci fece salire su un'altura vicino alla sommit dell'isola, dalla quale si dominava il Lago Tana. Qui, su un basamento sopraelevato fatto di roccia naturale, ci mostr tre piccoli pilastri di pietra uno vicino all'altro. Il pi alto dei tre - che misurava circa un metro e mezzo di lunghezza - era quadrato in sezione e terminava con una concavit a forma di coppa. Gli altri due erano alti circa un metro ciascuno, avevano una sezione circolare e uno spessore simile a quello di una coscia umana. Anch'essi avevano al vertice una concavit di circa 10 cm.
Bench fossero ricoperti da un abbondante strato di licheni, riuscii a stabilire che i pilastri erano tutti monoliti, che non erano appoggiati a niente e che erano costituiti dallo stesso tipo di

granito grigio. Sembravano vecchi, ma su questo chiesi l'opinione di Richard.
Naturalmente, rispose, non sono un archeologo. Ma dal modo con cui sono stati intagliati, dallo stile - in particolare di quello quadrato ...direi che sono almeno del periodo assumita, se non prima.
Domandai a Memhir Fisseha a che cosa servissero le cavit a forma di coppa nei pilastri.
Per contenere il sangue, mi rispose. Dopo il sacrificio, una parte del sangue veniva gettato sulle pietre e un'altra parte sulla tenda che conteneva l'Arca. Il resto veniva versato in queste cavit.
Pu mostrarmi in che modo si procedeva?.
Il vecchio sacerdote chiam uno degli altri monaci e gli diede istruzioni a bassa voce. Questi si allontan e torn qualche minuto dopo con una coppa larga ma poco profonda talmente corrosa e ossidata che non riuscivo neanche a capire di che metallo fosse fatta. Questo, ci disse, era il gomer in cui veniva raccolto il sangue sacrificale.
Che cosa significa esattamente gomer?, domandai a Won-demu.
Egli aggrott le sopracciglia: Non lo so. Non  un termine amarico, n tigrigna. Dal suono, in realt, si direbbe che non appartenga a nessuna lingua etiope.
Guardai Richard con la speranza di riceverne lumi, ma anch'egli mi confess di non conoscere la parola.
Memhir Fisseha disse semplicemente che quella coppa si chiamava gomer, si era sempre chiamata gomer e questo era tutto ci che sapeva. Quindi si spost vicino alle pietre tenendo la coppa con la mano sinistra, immerse in essa l'indice destro, poi sollev la mano destra al di sopra del livello della testa e cominci a muoverla ritmicamente su e gi. Il sangue veniva asperso in questa maniera, disse, sulle pietre e poi sulla tenda dell'Arca. Alla fine, come vi ho detto, ci che restava veniva versato cos. Appoggi il bordo della coppa sulla cavit posta in cima ai pilastri e fece finta di versare il sangue.
Chiesi al sacerdote se sapeva in che punto dell'isola si trovava

la tenda che custodiva l'Arca, ma tutta la sua risposta fu qui vicino... da qualche parte qui vicino.
Quindi chiesi chiarimenti su un punto della nostra discussione precedente: Mi ha detto che essa fu portata da Tana Kirkos ad Axum 1600 anni fa, vero?.
Wondemu tradusse la domanda e Mernhir Fiss e annu.
OK, continuai. Ora ci che voglio sapere  questo:  stata mai riportata qui? In qualche momento, per qualsiasi ragione, l'Arca  mai tornata su quest'isola?.
No. Fu portata ad Axum e l  rimasta.
E per quello che ne sa  ancora l?.
S.
Sembrava che non avesse pi nulla da dire, ma io ero pi che soddisfatto delle informazioni che mi aveva dato - soprattutto perch non erano state barattate con denaro. Grato per questo, gli porsi una banconota da 100 birr come contributo volontario alle spese del monastero. Poi, col permesso di Memhir Fisseha, mi misi a fotografare i pilastri sacrificali da tutte le angolazioni possibili.
Fummo di ritorno a Bahar Dar poco prima delle otto, quella sera. Eravamo stati in giro pi di 14 ore e il conto finale per il noleggio della motonave Dahlak era salito a 750 dollari.
Questa giornata mi era senza dubbio costata cara. E tuttavia non rimpiansi mai i soldi che avevo speso: anzi, tutti i dubbi che mi avevano assalito a Daga Stephanos si erano completamente dissolti a Tana Kirkos e sentivo che ora potevo continuare la mia indagine con un rinnovato senso di fiducia e di ottimismo.
Questa nuova ondata di positivit ricevette un ulteriore impulso quando tornai ad Addis Abeba. Qui, infatti, prima di partire per la progettata gita al Lago Zwai il 23 novembre, ebbi l'opportunit di visitare la biblioteca dell'Universit e di esaminare numerosi riferimenti all'uso delle pietre sacrificali nell'ebraismo antico-testamentario.
Scoprii che colonne simili a quelle che avevo visto a Tana Kirkos erano associate alle fasi pi antiche della religione, sia sul Si-nai che in Palestina. Conosciute come massboth, esse venivano innalzate sulle alture a mo' di altari ed erano utilizzate per scopi cultuali e sacrificali.

Controllai quindi sulla Bibbia per vedere se riuscivo a trovare qualche dettaglio specifico che illustrasse in che modo venivano compiuti i sacrifici all'epoca dell'Antico Testamento. Trovai effettivamente questi dettagli e, mentre leggevo e rileggevo i passaggi principali, capii che quella che Memhir Fisseha aveva descritto era una cerimonia autentica e molto antica. Sicuramente molte tradizioni si erano inevitabilmente alterate e confuse nella memoria collettiva nel passaggio di generazione in generazione; ma quando si era parlato dell'aspersione del sangue, il monaco era stato sorprendentemente aderente in tutto e per tutto alla tradizione pi antica.
Nel capitolo 4 del Libro del Levitico, per esempio, trovai queste parole: E il sacerdote intinger il suo dito nel sangue, e spruzzer il sangue sette volte davanti al Signore, davanti al velo  del Santuario. Analogamente nel capitolo 5 lessi: Ed egli spruzzer il sangue dell'offerta del peccato sul lato dell'altare; e il resto del sangue sar versato in fondo all'altare.
E tuttavia fu solo quando mi trovai per le mani il Mishnah, una compilazione in forma scritta delle prime leggi orali ebraiche, che mi accorsi di quanto il racconto di Memhir Fisseha fosse stato autentico. Nel trattato conosciuto come Yomia, nella seconda parte del Mishnah, trovai descrizioni dettagliate dei rituali sacrificali seguiti dai Sommi Sacerdoti del Tempio di Salomone di fronte alla tenda che celava agli occhi del popolo l'Arca dell'Alleanza.
Lessi che il sangue della vittima - agnello, capra o manzo - veniva raccolto in un catino e consegnato a qualcuno che doveva mescolarlo perch non si coagulasse. Poi il sacerdote, uscito dal santuario, prendeva il sangue da colui che lo stava mescolando ed entrava di nuovo nel luogo dove era entrato e si fermava nel luogo dove si era fermato e aspergeva il sangue una volta verso l'alto e sette volte verso il basso.
E dove, esattamente, il sacerdote aspergeva il sangue? Secondo il Mishnah egli lo spruzzava sulla tenda esterna, di fronte all'Arca, una volta in alto e sette volte in basso, ma non come se volesse aspergerlo in alto e in basso, ma come se tenesse in mano una frusta... Poi spruzzava la superficie pulita dell'altare sette volte e versava il resto del sangue.

 Mi sembrava molto improbabile che Memhir Fisseha avesse mai letto il Mishnah. Come cristiano, non avrebbe avuto nessuna ragione per farlo, n gli sarebbe stato facile venire a contatto con un libro del genere nella sua lontana isola; senza contare che non avrebbe capito nessuna delle lingue in cui l'opera era stata tradotta. E tuttavia i movimenti della sua mano, quando mi aveva mostrato come veniva compiuta l'aspersione del sangue, erano precisamente quelli di un uomo che tenga in mano una frusta. E aveva anche detto con assoluta certezza che il sangue veniva versato non soltanto sugli altari di pietra ma anche sulla tenda dell'Arca. La corrispondenza era troppo stretta per essere ignorata e io ero sicuro che, in qualche momento, in un passato lontano, un oggetto di grande valore religioso era stato effettivamente portato dagli ebrei all'isola di Tana Kirkos. E malgrado l'incongruenza cronologica nella data presunta del suo arrivo, vi erano tutte le ragioni per credere - come credeva con tanta evidenza lo stesso Memhir Fisseha - che quell'oggetto potesse davvero essere l'Arca dell'Alleanza.


Capitolo Decimo IL FANTASMA NEL LABIRINTO

Durante la visita a Tana Kirkos, un commento che il monaco aveva fatto poco prima di arrivare al punto cruciale della discussione aveva destato la mia attenzione. Quel commento - sulle cui implicazioni volevo ora compiere qualche ricerca presso la biblioteca dell'Istituto di Studi Etiopi - riguardava il percorso che l'Arca aveva seguito nel suo viaggio verso l'Etiopia. Dopo essere stata rubata dal Tempio di Salomone a Gerusalemme, aveva detto il monaco, essa era stata portata prima in Egitto e da qui al Lago Tana, attraverso i fiumi Nilo e Tacazz. Pur essendomi soffermato tanto su questo viaggio nei mesi precedenti, mi accorsi che non avevo mai preso in seria considerazione la questione dell'itinerario di Menelik. Decisi quindi di vedere che cosa aveva da dire al riguardo il Kebra Nagast, e di verificare se vi era in esso qualche elemento che contraddicesse specificamente l'affermazione del monaco secondo cui l'Arca aveva trascorso 800 anni a Tana Kirkos prima di essere portata ad Axum.
L'unica informazione importante che riuscii a trovare nel grande poema era contenuta nel capitolo 84. Qui si affermava che Menelik e i suoi compagni di viaggio, al loro arrivo in Etiopia, avevano portato la sacra reliquia in un posto chiamato Debra Ma-keda. Non vi era invece alcun cenno ad Axum e la cosa, inizialmente, mi stup non poco. Era chiaramente Debra Makeda, dovunque fosse questo posto, a essere indicato come il primo luogo di custodia dell'Arca in Etiopia. Ma a un tratto fu proprio

questo a chiarirmi una delle maggiori incongruenze storielle che avevano afflitto le mie ricerche fin dal 1983 - e cio che la citt di Axum era stata fondata otto secoli dopo il presunto viaggio di Menelik. Alcuni dei miei primi informatori mi avevano detto che Axum era stata la destinazione finale di quel viaggio e che l'Arca era stata collocata l fin dall'inizio - il che, ovviamente, sarebbe stato storicamente impossibile. Ora, per, avevo verificato che il Kebra Nagast non diceva affatto questo, ma solo che Menelik e compagni avevano portato la reliquia da Gerusalemme a Debra Makeda. Sapevo che il termine Debra significava montagna e che Makeda era il nome che la tradizione etiope attribuiva alla regina di Saba. Debra Makeda quindi significava Monte Makeda - la montagna della regina di Saba.
Nella breve descrizione del Kebra Nagast non vi era nulla che potesse far pensare che questa Montagna della regina di Saba potesse effettivamente essere Tana Kirkos, ma non vi era neanche nulla che lo facesse escludere. Cercando ulteriori indizi, consultai un autorevole rapporto geografico sul Lago Tana composto negli anni Trenta e venni a sapere che il nome Kirkos era stato dato all'isola in tempi relativamente recenti (in onore di un santo cristiano). Prima della conversione dell'Etiopia al cristianesimo, aggiungeva il rapporto, Tana Kirkos si chiamava Debra Sehel*. Nella mia mente sorse subito spontanea una domanda: che cosa significava esattamente Sehel?
Per scoprirlo consultai parecchie tra le persone che in quel momento stavano studiando in biblioteca, ed essi mi risposero che si trattava di un termine g'et derivato dalla radice del verbo perdonare.
Si pu dire, allora, chiesi, che una traduzione corretta del nome Debra Sehel potrebbe essere Monte del Perdono, o qual-cosa di simile?.
S, risposero. Sarebbe una traduzine corretta.
La faccenda si faceva interessante. Nel Parzival di Wolfram von Eschenbach, lo ricordavo bene, il luogo nel quale si trovavano il castello del Graal - e il Tempio del Graal - era chiamato Munsalvaesche. L'interpretazione di questo nome, Munsalvaesche, aveva provocato un acceso dibattito tra gli storici, ma pi
di un esperto di Wolfram aveva avanzato l'ipotesi che dietro di esso vi fosse di biblico Mons Salvationis, Monte della Salvezza.
Senza dubbio il concetto di perdono era legato a quello di salvezza - poich, in senso religioso, per essere salvato uno deve prima essere perdonato. Inoltre, come dice il Salmo 130: Se tu, Signore, dovessi tener conto delle iniquit... chi rimarrebbe? Ma in te 'A perdono... Fa' che Israele speri nel Signore: perch nel Signore  la misericordia, e la piena redenzione.
Redenzione , ovviamente,  un sinonimo di salvezza. Perci non potei fare a meno di domandarmi se il Monte della Salvezza di Wolfram potesse in qualche modo essere associato con l'etiope Monte del Perdono - conosciuto come Tana Kirkos.
Ero pienamente consapevole che si trattava soltanto di illazioni e che niente di concreto collegava Debra Sehel con Munsalvaesche. Eppure, dopo aver letto tante volte il Parzival, non potevo dimenticare che il Tempio del Graal (levigato e arrotondato come per opera di un tornio) sorgeva su un lago - e molto probabilmente su un'isola di quel lago. N mi sembrava del tutto irrilevante che le chiese ortodosse etiopi e i luoghi di culto dei falash avessero tradizionalmente una forma circolare - come pure la maggior parte delle chiese dei Templari (comprese alcune tuttora esistenti, come la Temple Church del XII secolo, che si trova in fondo a Fleet Street, a Londra). Sentivo dunque che in tutto questo vi erano delle corrispondenze che avrei fatto meglio a non ignorare del tutto (anche se sarebbe stato altrettanto sciocco attribuire loro un significato eccessivo).
Nel frattempo vi era una altro collegamento da tenere presente - quello tra Debra Sehel e Debra Makeda. Come dimostrava l'antico nome di Tana Kirkos, le isole dell'Etiopia potevano avere, nel loro nome, il prefsso Debra (che significa Monte). E infatti, quando l'avevo vista per la prima volta, l'isola di Tana Kirkos, con la sua alta vetta che dominava la superficie del lago, mi era sembrata proprio una montagna. Questo, naturalmente, non provava affatto che il Kebra Nagast si riferisse al Debra Sehel quando affermava che l'Arca era stata portata alla montagna della regina di Saba; ma neanche escludeva questa ipotesi, anzi, le attribuiva forse un punto a favore. Tutto ci premesso,

presi a considerare la questione dell'itinerario seguito da Menelik e dai suoi compagni nel loro famoso viaggio. In precedenza avevo sempre pensato che essi fossero andati per nave - dal porto di Eziongeber (l'odierna Elat sul Golfo di Aqaba) attraverso il Mar Rosso fino alla costa etiope. Ora, nell'esaminare la copia del Kebra Nagast fornitami dal bibliotecario, scoprii che mi ero sbagliato: il lungo viaggio di Menelik a Gerusalemme si era svolto via terra e in carovana.
Ma quale itinerario via terra avevano seguito? La descrizione che del viaggio forniva il Kebra Nagast aveva le caratteristiche miracolose e surreali di un racconto di fantasia, in cui non era facile riconoscere nomi di luoghi e tratti geografici. Eppure non mancavano dei dettagli specifici e importanti. Dopo aver lasciato Gerusalemme i viaggiatori si erano diretti anzitutto a Gaza (sulla costa mediterranea di Israele, dove esiste tuttora una citt con questo nome). Da qui, presumibilmente seguendo la rotta commerciale che attraversava il lato settentrionale della penisola del Sinai, erano passati in Egitto, dove, non molto tempo dopo, erano arrivati a un grande fiume: Fermiamo i carri, dissero a questo punto, poich siamo giunti alle acque d'Etiopia. Questo  il Tacazz che scorre dall'Etiopia e bagna la valle d'Egitto.
Era chiaro dal contesto che Menelik e compagni erano ancora nella valle d'Egitto quando pronunciarono queste parole - e probabilmente non molto pi a sud del luogo dove oggi sorge Il Cairo. Pertanto il fiume presso il quale avevano fermato i carri non poteva essere che il Nilo. Ci che pi mi colp, per,  che essi l'avevano immediatamente identificato con il Tacazz - lo stesso grande affluente etiope che il sacerdote mi aveva nominato a Tana Kirkos.
Chiesi al bibliotecario un atlante e tracciai col dito il corso del Tacazz. Esso nasceva nella regione montuosa centrale dell'Abissinia, non lontano dall'antica citt di Lalibela, seguiva quindi un percorso tortuoso verso nord-ovest tra i monti Simien, raccoglieva le acque dell'Atbara in Sudan e infine si gettava nel Nilo qualche centinaia di miglia a nord della moderna citt di Khartoum (che si trova alla confluenza del Nilo Azzurro con quello Bianco).
Guardando la cartina, vidi immediatamente altre due cose: la

prima, che il Nilo - da una prospettiva etiope - poteva facilmente essere scambiato per un'estensione del Tacazz; la seconda, che era perfettamente plausibile che la carovana che trasportava l'Arca dell'Alleanza avesse seguito il Nilo e poi il Tacazz per arrivare in Etiopia. L'unica alternativa sarebbe stata quella di procedere ancora molto verso sud attraverso i deserti ostili del Sudan fino alla confluenza dei due rami del Nilo e poi seguire il Nilo Azzurro per le montagne. Ma in questo modo - poich questo fiume compie un lungo e tortuoso percorso verso sud prima di tornare a nord verso il Lago Tana - il viaggio si sarebbe inutilmente allungato, e di molto; la rotta attraverso il Tacazz, invece, lo avrebbe abbreviato di circa mille miglia.
La cartina mi chiar anche un altro punto: un gruppo di viaggiatori che avesse risalito il corso del Tacazz si sarebbe ritrovato, verso la fine del viaggio, in un punto che distava meno di 70 miglia dalla sponda orientale del Lago Tana. Non vi era quindi alcun mistero sulla tradizione in base alla quale la piccola isola aveva costituito il primo luogo di custodia del'Arca in Etiopia: infatti, nella loro ricerca di un luogo sicuro e vicino dove sistemare la sacra reliquia, Menelik e i suoi compagni non avrebbero potuto compiere una scelta migliore.

Tre uomini in barca
La mattina dopo, quando Richard Panldiurst e io ci recammo. al Lago Zwai, ci accompagn un mio vecchio amico, Yohannes Berhanu, il direttore generale dell'Agenzia di viaggi nazionale, controllata dallo stato. Tutti e tre ci incontrammo poco prima delle 6 del mattino presso gli uffici dell'Agenzia, dove Yohannes ci fece gentilmente trovare una Toyota Landcruiser con autista. Venti minuti dopo, ci lasciavamo alle spalle le viuzze e i grattacieli di Addis Abeba e ci lanciavamo a tutta velocit sull'ampia superstrada che portava verso sud, attraverso la citt di Debra Zeit, verso il cuore della grande Rift Valley.
Se si eccettua il lago artificiale Koka, che  stato fatto dall'uomo, il Lago Zwai  il pi settentrionale dei laghi etiopi della Rift

Valley. Ha una superficie di pi di 500 chilometri quadrati e una profondit massima di oltre 15 metri. Di forma ovale,  disseminato di isole e le sue coste paludose sono orlate di canneti che costituiscono l'habitat ideale per cicogne, pellicani, oche e oche selvatiche, oltre che per un gran numero di ippopotami.
Dopo due ore viaggio da Addis Abeba, arrivammo a un molo sulla sponda meridionale del lago. Qui, ci avevano detto, il Ministero della Pesca possedeva e gestiva una serie di imbarcazioni, una delle quali sarebbe stata certamente a nostra disposizione a un costo minimo. Naturalmente, per, tutte le barche pi grandi erano uscite a pesca; era disponibile solo una piccola barca a motore - e non vi era carburante per il suo motore esterno.
Segu una lunga discussione per spiegare che quella barca a motore non era grande abbastanza per portare Richard, Yohannes e me oltre a un conducente. Debra Zion, l'isola nella quale avevo sentito dire che l'Arca era stata portata in salvo nel X secolo, era lontana: ci sarebbero volute almeno tre ore di viaggio, con quella modesta barchetta. Inoltre, senza un ponte in cui ripararci, ci saremmo abbrustoliti al sole. Non sarebbe stato meglio, allora, tornare il giorno seguente, quando avremmo potuto trovare una sistemazione migliore?
Yohannes rifiut con decisione questa soluzione. Avevano degli-importanti appuntamenti ad Addis Abeba il giorno dopo - appuntamenti che non potevano in nessun caso essere rimandati. Dovevamo per forza, quindi, andare a Debra Zion quel giorno stesso.
Ci furono altre discussioni e alla fine ci mettemmo in fila lungo il molo e provammo a salire sulla barca: ci sistemammo ai lati e riuscimmo a entrarci tutti, anche se il nostro peso faceva abbassare pericolosamente la barca nell'acqua.
Che fare? Gli ufficiali del Ministero della Pesca sembravano perplessi, ma alla fine ci diedero il permesso. Potevamo andare, ed essi ci avrebbero fornito un conducente. Ma dovevamo provvedere noi al carburante: potevamo mandare il nostro autista alla citt pi vicina con una tanica?
Facemmo cos. Segu un enorme ritardo che non ci sapevamo spiegare. Pass un'ora, poi un'altra. Sempre pi impaziente, io stavo in piedi alla fine del molo e, mentre aspettavo, feci la conoscenza di un gran numero di marab: uccelli grandi, lugubri, con un lungo becco e una testa calva, essi discendevano chiaramente dagli pterodattili. Finalmente il nostro autista torn con il carburante e - poco dopo le 11 del mattino - accendemmo il motore e partimmo.
Avanzavamo lentamente nell'acqua increspata, oltrepassando un'isola piena di boschi, poi un'altra. La sponda orlata di canne si allontan e poi scomparve dietro di noi, non vi era alcun segno di Debra Zion, il sole era proprio sopra la nostra testa e nella barca entrava dell'acqua, in maniera lieve ma percettibile.
A questo punto Yohannes Berhanu ci ricord che il lago era pieno di ippopotami (che egli descrisse come animali molto aggressivi e di cui non bisognava assolutamente fidarsi). Notai che indossava un giubbotto salvagente che in qualche modo doveva aver acquistato prima della nostra partenza dal molo. Intanto, il naso di Eichard Pankhurst stava assumendo un'interessante colorazione rosso aragosta. E io... beh, io stringevo i denti e cercavo di non far caso alla mia vescica piena che mi attanagliava sempre di pi. Dove diavolo era quell'isola? E quando ci saremmo arrivati? Guardai con impazienza l'orologio e improvvisamente fui preso da un leggero, ma ben chiaro senso del ridicolo: va bene I predatori dell'Arca perduta, ma questo, a essere onesti, somigliava pi a Tre uomini in barca.
Per raggiungere Debra Zion ci volle meno tempo di quanto ci avessero detto; tuttavia il viaggio era stato comunque lungo e io fui il primo a scendere a terra quando finalmente arrivammo a destinazione. Oltrepassai rapidamente la delegazione di monaci che era l ad accoglierci, sparii dietro al cespuglio pi vicino e ne riemersi qualche minuto dopo sentendomi decisamente meglio.
Quando raggiunsi gli altri, che erano impegnati in una conversazione con il comitato di accoglienza, notai vicino alla riva diverse barche fatte di canne di papiro, che sembravano assolutamente identiche a quelle che avevo visto sul Lago Tana. Ero sul punto di chiedere qualcosa a questo proposito, quando Yohannes interruppe il filo dei miei pensieri annunciando con una certa eccitazione: Graham, c' qualcosa di strano. Sembra che la lingua madre di questo popolo sia il tigrigna.

Era strano davvero: ci trovavamo nella parte meridionale della provincia di Shoa, in una zona di lingua amarica; il tigrigna era la lingua della citt sacra di Axum e della provincia del Tigre, centinaia di miglia pi a nord. Sapevo per esperienza diretta che l'Etiopia era un paese in cui le distinzioni regionali, e soprattutto le distinzioni linguistiche, avevano implicazioni molto profonde (talmente profonde da provocare guerre civili): ero quindi molto sorpreso di scoprire che l'amarico non era la prima lingua dei monaci di Debra Zion.
E ben presto ci accorgemmo che questa stranezza non era limitata ai monaci: tutti gli abitanti dell'isola, compresi contadini e pescatori, parlavano normalmente in un dialetto tigrigna e usavano l'amarico (che molti di essi non conoscevano nemmeno bene) solo in rare occasioni, quando vi si recavano in visita dei funzionari del governo.
Mentre ci inerpicavamo su per il-sentiero tortuoso che portava alla cima della collina dove era situata la chiesa principale di Debra Zion, io domandai: Com' che parlate tutti il tigrigna?.
Perch i nostri antenati venivano dal Tigre, risposero i monaci attraverso Yohannes.
E quando giunsero qui?.
Circa 1030 anni fa.
Feci mentalmente un rapido conto. Tornando indietro di 1030 anni dal 1989 si arrivava al 959. Il x secolo, quindi. Il secolo in cui la regina Gudit aveva rovesciato la dinastia salomonide e in cui l'Arca dell'Alleanza sarebbe stata portata via da Axum per essere messa in salvo a Debra Zion. Prima ancora di aver cominciato a intervistare qualcuno, andava gi facendosi evidente che la tradizione di cui mi aveva parlato Belai Gedai aveva qualche fondamento.
Perch vennero qui?, chiesi poi. Di' loro di raccontare la storia di come e perch vennero proprio qui.
Yohannes pose ai monaci questa domanda e poi tradusse la risposta: Vedi, i loro antenati vennero qui con il tabot. Era l'epoca di Gudit, che aveva attaccato i cristiani del Tigre. Infuriavano i combattimenti e, cercando di sfuggire a lei, essi arrivarono qui con il tabot.

Quale tabot.
Dicono che era il tabot della chiesa di Santa Maria di Sion ad Axum.
Intendono il tabot originale, quello che Menelik port da Gerusalemme in Etiopia? L'Arca dell'Alleanza, in altre parole. O hanno in mente qualche altro tabot Voglio che siano assolutamente chiari su questo punto.
Mentre continuavamo a salire per il sentiero, Yohannes affront con grande coraggio il terreno minato dell'interpretazione. Dopo una lunga discussione, termin con questo commento: Penso che nemmeno loro abbiano le idee molto chiare. Ma dicono che  scritto...  tutto scritto in un libro, conservato qui nella chiesa, e che dovremmo discutere di tutta questa faccenda con il loro monaco pi anziano.

La storia rubata
Cinque minuti dopo arrivammo alla chiesa che, come scoprii senza gran meraviglia, era dedicata a Santa Maria di Sion. Si trattava di un edificio lineare e senza fronzoli, con muro a cannicciata ricoperto di argilla, pitturato di bianco esternamente e sormontato da una semplice croce. Dal suo punto pi alto si poteva per ammirare un panorama stupendo, che dava un'idea di quanto fosse estesa quest'isola. Dietro di noi, nella direzione dalla quale eravamo arrivati, il sentiero tornava indietro percorrendo i campi disseminati delle povere casupole dei contadini. Davanti, invece, la terra scendeva rapidamente verso il lago attraverso un bosco di acacie e cactus.
Il sacerdote anziano, abba Gebra Christos, si present. Era un ometto esile, vicino ai settant'anni, con una sottile barbetta grigia; portava un abito a due pezzi liso e consunto, e le spalle erano avvolte in un lungo drappo bianco, secondo la tradizionale moda locale. I suoi modi erano molto gentili e cerimoniosi, ma in lui vi era qualcosa di furbesco e di calcolato che lasciava presagire un'imminente transazione finanziaria.
Toccai nervosamente con le dita il mucchio di banconote che

mi ero infilato in tasca prima di lasciare Addis Abeba e decisi di pagare solo per informazioni di alto livello. Poi, facendo meno rumore possibile, accesi il mio registratore e cominciai con le domande: conosceva la storia di come Menelik aveva sottratto l'Arca dell'Alleanza dal Tempio di Salomone a Gerusalemme?
S, tradusse Yohannes, certo che la conosceva.
E sapeva che cosa era successo dopo? Menelik, rispose il sacerdote, aveva portato l'Arca in Etiopia, dove si trovava da allora.
 sicuro, chiesi, che si tratta dell'Arca dell'Alleanza originale, contenente i Dieci Comandamenti iscritti sulle Tavole della Legge dal dito di Dio?.
Yohannes gir la domanda ad abba Gebra Christos e questi rispose con grande seriet: S, sono sicuro.
Bene. Ora mi dica... quest'Arca originale fu mai portata qui al Lago Zwai - a Debra Zion?.
S; al tempo di Gudit l'Arca fu portata qui da Axum.
Ma perch fu portata qui?, insistetti. Voglio dire, perch proprio qui? perch cos lontano? Ci saranno stati centinaia di posti segreti nel Tigre dove nascondere l'Arca, no?.
Senta... questa Gudit... era diabolica. Bruci molte chiese nel Tigre, e anche in altre regioni dell'Etiopia. I nostri antenati avevano molta paura che potesse catturare l'Arca, e cos la portarono via da Axum e la condussero allo Zwai dove sapevano che sarebbe stata al sicuro. Viaggiarono solo di notte, nascondendosi di giorno in caverne e foreste. Avevano davvero molta paura, le dico! Ma alla fine riuscirono a sfuggire ai soldati di lei e a portare l'Arca allo Zwai, in quest'isola.
Sa per quanto tempo rimase qui?.
Abba Gebra Christos rispose senza alcuna esitazione: Dopo 72 anni ritorn ad Axum.
Ritenni giunto il momento di fare la domanda da un milione di dollari: C' stata qualche altra occasione in cui l'Arca  stata riportata in salvo qui? Magari recentemente?.
Di nuovo egli non ebbe esitazioni: Mai.
Perci per quello che ne sa  ancora ad Axum?.
S.
Anche adesso - malgrado i combattimenti nel Tigre?.

Egli alz le sopracciglia: Credo di s, ma  solo una mia opinione. Per saperlo con certezza deve chiedere a quelli di Axum.
Mi venne un'altra idea. Mentre venivamo qui, dissi, alcuni monaci dicevano che avete un antico libro in cui  scritta la storia di come l'Arca arriv a Debra Zion ai tempi di Gudit.  vero? Esiste questo libro?.
Quando Yohannes tradusse questa domanda, il volto avvizzito di Abba Gebra Christos assunse l'espressione di chi ha appena assaggiato qualcosa di inaspettatamente aspro. Rispose tuttavia con una certa prontezza: S, c' un libro.
Possiamo vederlo?.
Un attimo di esitazione, poi: S... Ma la parte che riguarda l'Arca non  pi qui.
Scusi, non la seguo. Che cosa significa?.
Una ventina d'anni fa venne un uomo, che strapp alcune pagine dal libro e le port via con s. Erano le pagine in cui si narrava la storia dell'Arca.
Un uomo? Era uno straniero, o un etiope?.
Beh, era un etiope. Ma da allora non siamo mai riusciti a trovarlo.
Mentre consideravo le implicazioni di quest'ultima risposta non potei fare a meno di riflettere sulla strana e contorta natura dell'impresa nella quale mi ero imbarcato. Mi riguardava questa faccenda dello sconosciuto che aveva strappato un numero imprecisato di pagine da un libro sconosciuto? O era un dettaglio trascurabile? Avevo incrociato le tracce di qualcun altro che era alla ricerca dell'Arca dell'Alleanza? O avevo semplicemente a che fare con un locale cacciatore di manoscritti che vent'anni fa era entrato nel mercato delle antichit vendendo alcuni fogli preziosi?
Forse non l'avrei mai saputo. Seguire le tracce dell'Arca attraverso l'Etiopia si stava rivelando molto pi complicato del previsto; anzi, era quasi come inseguire un fantasma in un labirinto. Strade che sembravano aperte e promettenti da una prospettiva si rivelavano, a un esame pi attento, dei vicoli ciechi; per contro, delle apparenti strade senza uscita si erano pi volte trasformate in sentieri verso la scoperta della verit.

Sospirai, poi obbligai la mia mente a tornare al problema contingente, dicendo ad abba Gebra Christos che, anche se mancavano le pagine pi importanti, mi sarebbe piaciuto ugualmente vedere il libro di cui aveva parlato. Potevamo per caso fotografarlo?
Questa richiesta provoc una raffica di nervose obiezioni. No, disse il vecchio prete, non poteva proprio darci il permesso di scattare fotografie; la cosa era assolutamente fuori discussione, a meno che non avessimo un permesso scritto dal Patriarca della Chiesa ortodossa etiope di Addis Abeba. Potevamo per caso procurarci questo permesso?
No, non potevamo.
Allora, suo malgrado, non avremmo potuto fotografare il libro. Ci era tuttavia consentito vederlo, se era questo che volevamo.
Feci capire che gli saremmo stati grati anche per questa piccola cortesia. Abba Gebra Christos annu con aria saggia, ci fece entrare nella sua chiesa e si avvicin a un armadio nel retro della modesta costruzione. A questo punto assistemmo a una scena singolare: il monaco cerc e ricerc nelle sue tasche la chiave dell'armadio, ma dopo un po' dovette confessare che non riusciva a trovarla.
Chiam allora un diacono e lo mand da qualche parte. Dieci minuti dopo questi torn, ansimando per la corsa, e gli porse un mazzo di almeno venti chiavi. Il prete le infil una dopo l'altra nella serratura e alla fine - con mia grande sorpresa - lo sportello si apr. L'armadio, tuttavia, era quasi vuoto e l'unico libro che conteneva era un'opera dell'inizio del XX secolo donata alla chiesa dalla principessa Zauditu, la figlia dell'imperatore MenelikE.
Improvvisamente abba Gebra Christos si ricord di un fatto importante: in realt il manoscritto che volevamo vedere non si trovava nella chiesa. Alcune settimane prima lo aveva portato egli stesso nel magazzino, che si trovava in un edificio separato -a una certa distanza dalla chiesa. Se volevamo accompagnarlo, ce lo avrebbe mostrato l.
Guardai l'orologio, vidi che avevamo ancora abbastanza tempo prima di lasciare l'isola, e acconsentii. Camminammo per un

po' e alla fine arrivammo a una costruzione in pietra a due piani, piuttosto decrepita. Con gesti pomposi il prete ci fece entrare in una stanza del retro, umida e piena di muffa: accostate al muro vi erano dozzine di scatole di legno e di casse di latta dipinte a colori sgargianti. Dopo un attimo di indecisione, egli si avvicin a una di queste casse ed estrasse il coperchio: all'interno vi era una pila di libri. Prese in mano il primo - un tomo pesante, le cui pagine erano fatte di pelle di pecora - e me lo pass.
Richard Pankhurst e Yohannes mi si avvicinarono subito, appena aprii il libro, e confermarono immediatamente che era scritto in g ex. Inoltre, era senza dubbio molto vecchio: Dallo stile delle miniature e dalla legatura, azzarderei una data intorno al xm secolo, disse Richard. Certamente non dopo il XIV secolo. Senza dubbio  un'opera molto antica, probabilmente di gran pregio.
Cominciammo con ansia a girare le pagine, ma in nessun punto vi era traccia dello strappo delle pagine. Per quello che potevamo vedere, il manoscritto era intatto. Lo dicemmo ad abba Gebra Christos, che se ne era stato in piedi in silenzio a guardarci, e gli domandammo se era assolutamente certo che fosse quello il libro di cui ci aveva parlato. .
Risult che in effetti il libro non era quello. Il prete si scus e cominci a rovistare in molte altre scatole, passandoci vari altri manoscritti antichi.
  davvero sorprendente, comment Richard a un certo punto. Tanti libri cos vecchi. Un vero e proprio tesoro. Eppure vengono lasciati qui in completo abbandono. Potrebbero essere danneggiati dall'umidit, o addirittura rubati. Potrebbe succedere qualunque cosa. Mi piacerebbe portarli tutti in blocco all'Istituto.
L'ultimo volume che vedemmo fu una copia del Libro etiope dei santi, ben rilegato e con delle splendide miniature. Anch'esso era intatto. Richard mi prese in disparte e disse: Ho l'impressione che qui non otterremo un granch.
Annuii: Penso che tu abbia ragione. E poi  davvero tardi. Sar meglio che andiamo, se non vogliamo attraversare il lago col buio.

Prima di andarcene,, per, chiesi a Yohannes di fare un ultimo tentativo per vedere se riuscivamo a strappare qualche altra parola al prete. Il libro che raccontava la storia dell'Arca era davvero l o no?
Certo che era l, insistette abba Gebra Christos. Solo che non ricordava pi in quale delle scatole l'aveva messo. Se avessimo potuto aspettare - solo un altro momento - sarebbe sicuramente riuscito a trovarlo...
Rifiutai tuttavia la sua offerta senza esitazioni. Mi sembrava infatti che il vecchio fosse deliberatamente evasivo - e se era davvero cos, era chiaro che stava nascondendo qualcosa. Ma che cosa? Non certo l'Arca stessa, e forse nemmeno quel famigerato libro. Ma qualcosa senz'altro.
Incuriosito e anche un po' irritato, mi avviai verso la nostra barca. Ci salutammo e poi, con un'ora di luce ancora davanti a noi, partimmo nelle acque tranquille del Lago Zwai. Scrissi sul mio taccuino di appunti:
Non credo che valga la pena di spendere altro tempo compiendo indagini a Debra Zion. Dopo aver ascoltato i monaci e il sacerdote anziano, sono quasi sicuro che l'isola sia importante solo per la forza delle sue antiche tradizioni riguardanti l'Arca dell'Alleanza. Queste tradizioni paiono confermare ci che Belai Gedai mi aveva detto durante una delle nostre conversazioni telefoniche - e cio che l'Arca era stata portata a Debra Zion nel X secolo per metterla al riparo da Gudit, che era rimasta l per circa 70 anni e che poi era ritornata ad Axum.
Il fatto che la lingua madre di tutti gli isolani sia il agrigna invece che l'amarico rappresenta una forte prova sociale a sostegno di questa ipotesi - poich l'unica spiegazione logica di questa particolarit etnografica sta nell'ammettere un movimento di popolazione dalla zona di Axum a Debra Zion in un lontano passato. E una migrazione di questo genere poteva ben essere giustificata dall'urgente necessit di mettere al sicuro l'Arca.
Inoltre, se davvero la reliquia rimase l per 70 anni prima di essere riportata ad Axum, si comprende facilmente come mai alcuni discendenti di coloro che originariamente avevano accompagnato . l'Arca vollero rimanere sull'isola, che era l'unica terra che conoscevano. E anche presumibile che essi avessero conservato una memoria popolare dei gloriosi eventi in cui i loro antenati erano stati coinvolti.
 questa memoria popolare proprio ci che sono stato ad ascoltare per la maggior parte del pomeriggio. Nel frattempo  emerso anche qualche strano mistero locale, ma in nessun momento ho avuto la sensazione che l'Arca potesse essere qui adesso. Al contrario, mi sento di dichiarare che essa non  qui - e che non c' mai stata nell'ultimo millennio, o quasi.
Poich le stesse considerazioni valgono anche per il Lago Tana,  evidente che il luogo in cui pi probabilmente si trova l'Arca  Axum. In altre parole, che mi piaccia o no, credo che dovr andare ad Axum. L'epoca migliore per farlo sarebbe a gennaio, durante il Timkat, che  l'unica occasione per avvicinare l'Arca senza dover ottenere il permesso per entrare nella cappella del santuario. E proprio nel Timkat del 1770 vi and Bruce - presumibilmente per la stessa ragione.
Chiusi il taccuino e guardai Richard e Yohannes.
Pensate, domandai, che il governo avr preso Axum in gennaio? Mi piacerebbe arrivarci in tempo per il prossimo Timkat.
Yohannes non disse nulla. Richard assunse una strana espressione:
Buona idea. perch non progetti di andare sulla luna?.
Beh, risposi, era solo un'idea.
Era ormai scuro quando attraccammo presso il molo del Ministero della Pesca, e quasi le 10 di sera quando finalmente arrivammo alla periferia di Addis Abeba. Dicemmo all'autista di dirigersi verso l'ufficio di Yohannes, al centro della citt, dove avevamo parcheggiato le automobili quella mattina (mancavano ancora due ore al coprifuoco e volevamo andare a mangiare qualcosa in un ristorante vicino). Mentre scendevamo dalla Landcruiser, per, sentimmo un lungo scoppio di carabina automatica che sembrava provenire da un palazzo posto dall'altra parte della strada.
Qualche secondo dopo vi furono altri due piccoli colpi di risposta provenienti da un'arma diversa. Quindi torn il silenzio assoluto.
Che cosa diavolo succede?, domandai.

Probabilmente niente di grave, rispose Richard. Dopo il colpo di stato si verifica ogni tanto qualche incidente isolato... sparatorie qua e l. Ma niente di serio.
Comunque, disse Yohannes, penso che sarebbe meglio soprassedere alla cena. Andiamocene a casa.
Come un'impronta digitale etnografica
Tornato all'Hilton, feci una bella dormita e mi svegliai la mattina dopo, prima delle 7 - era venerd 24 novembre. Dopo un rapido bagno in piscina, feci colazione e poi telefonai all'ufficio di Shimelis Mazengia, poich l'esponente del Politburo aveva chiesto a Richard e a me di andare a riferirgli dopo aver completato la visita del Lago Tana e del Lago Zwai. La sua segretaria mi disse che stava aspettando la mia telefonata e mi fiss un appuntamento per le tre di quello stesso pomeriggio.
Soddisfatto di questa sollecitudine, e deciso a chiedere di poter andare ad Axum durante il Timkat malgrado il pessimismo di Richard, lasciai l'albergo e mi recai, con un giro pi largo, all'Istituto di Studi Etiopi.
Le ricerche effettuate mercoled 22 avevano stabilito che la rotta Nilo/Tacazz citata nel Kebra Nagast e di cui mi aveva parlato anche il prete a Tana Kirkos era perfettamente plausibile. Ora ci che volevo fare era verificare una ipotesi che aveva preso forma in seguito nella mia mente: mi sembrava infatti che, se Me-nelik e i figli primogeniti degli anziani di Israele avevano davvero portato l'Arca a Tana Kirkos seguendo il corso del fiume Tacazz, questo doveva aver avuto delle conseguenze sullo sviluppo della fede ebraica in Etiopia. Se bisognava credere alla leggenda, riflettevo, allora l'epicentro tradizionale della popolazione falasha avrebbe dovuto risiedere tra il Tacazz e il Lago Tana - poich proprio in questa zona Menelik avr cominciato a convenire la popolazione locale all'ebraismo. Se invece le leggende erano false, allora probabilmente avrei scoperto che gran parte dei falasha vivevano da un'altra parte - con tutta probabilit molto pi a nord, vicino al Mar Rosso (dal momento che, secondo la versione accademica ufficiale, i loro antenati erano stati convertiti da immigrati ebrei provenienti dallo Yemen).
Per prima cosa ripresi in mano il libro sui falasha di James Bruce, che gi mi aveva colpito molto. Sapevo che nel terzo volume dei suoi Viaggi l'autore scozzese aveva dedicato un capitolo -a quella che potremmo definire, con una certa approssimazione, la geografia sociale dell'Etiopia del xvm secolo. Non ricordavo, per, nei dettagli il contenuto di quel capitolo e volevo vedere se vi si diceva qualcosa a proposito della localizzazione dei principali insediamenti falasha di quel tempo.
Non rimasi deluso. Lo studio di Bruce cominciava nel nord dell'Etiopia - al porto di Massawa, sul Mar Rosso - e da l si addentrava verso l'interno. Nel testo erano citati parecchi gruppi etnici, ma non vi era alcun cenno ai falasha n in Eritrea n nel Tigre. Al di l del Tacazz, per, la regione che si estendeva verso sud e ovest fino al Lago Tana era descritta come:
In gran parte in mano agli ebrei, e l (il) re e la regina di quella nazione, come essi dicono, della casa di Giuda, mantengono tuttora la loro antica sovranit e religione da tempi molto antichi.
Nel XIX secolo (80 anni circa dopo Bruce) il missionario tedesco Martin Had aveva tracciato un'analoga distribuzione di popolazione, precisando che i falasha vivevano in un totale di 14 province - tutte poste a ovest del Tacazz.
Le fonti moderne che consultai in seguito delineavano lo stesso quadro. La maggioranza degli ebrei d'Etiopia abitava nella regione a ovest e a sud del fiume Tacazz: questa era la loro patria originaria e qui essi si trovavano da tempi immemorabili. In uno studio particolarmente dettagliato e autorevole trovai una carta geografica in cui era segnata tutta l'area occupata dai falasha - una striscia lunga ma relativamente stretta che si estendeva dal Tacazz verso sud-ovest, attraverso i monti Simien e la citt di Gondar, fino a inglobare tutto il Lago Tana.
Non avrei potuto trovare conferme migliori alla mia ipotesi che era proprio questa la zona in cui - con il forte impulso rappresentato dalla presenza dell'Arca a Tana Kirkos - si era concentrata l'opera di conversione degli indigeni abissini all'ebraismo

antico-testamentario. gi prima, sulla base delle mie ricerche (vedi il capitolo 6), avevo cominciato a dubitare dell'effettiva validit della teoria accademica secondo la quale la fede ebraica sarebbe stata importata per la prima volta nel nord dell'Etiopia attraverso lo Yemen in una data imprecisata dopo il 70 d.C. Ma fino a questo momento le mie perplessit su tale teoria derivavano essenzialmente dal fatto che essa non spiegava la natura estremamente arcaica delle credenze e dei rituali falasha (anche per questo, vedi il capitolo 6). Ora, per, vi era anche una prova etnografica a contrastare la teoria yemenita: sulla carta geografica, la zona in cui vivevano i falasha rappresentava una sorta di eloquente impronta digitale, a conferma del fatto che la religione di Salomone poteva essere entrata in Etiopia solo da ovest - attraverso Egitto e Sudan, lungo le antiche e battute rotte commerciali costituite dai fiumi Nilo e Tacazz.

La virt della pazienza
Alle tre in punto, Richard e io andammo all'appuntamento con Shimelis Mazengia. L'esponente del Politburo volle anzitutto sapere come erano andati i nostri viaggi al Lago Tana e al Lago Zwai. Eravamo soddisfatti? Avevamo scoperto qualcosa?
Io risposi che ci che avevamo scoperto sull'isola di Tana Kirkos - e le strane, arcaiche tradizioni che l ci erano state riferite -mi avevano profondamente colpito, e che adesso ero sicuro che questa fosse la regione in cui era stata inizialmente portata l'Arca dell'Alleanza prima di essere trasferita ad Axum.
Cos credete veramente che l'Arca sia qui?, chiese Shimelis con un sorriso.
S, me ne vado sempre pi convincendo. Vi sono delle prove...; esitai un attimo, quindi gli rigirai la domanda: E lei, che cosa ne pensa?.
Io penso che il santuario di Axum abbia qualcosa di molto speciale. Non necessariamente l'Arca, vede, ma qualcosa di molto speciale. E un'antica tradizione, che non pu essere del tutto ignorata.

Domandai se il governo avesse mai fatto un tentativo di scoprire se la sacra reliquia, che aveva un valore immenso, fosse veramente l o no. Il Partito dei Lavoratori d'Etiopia era marxista, dopo tutto, e perci non doveva essere invischiato in superstizioni religiose. Axum era in atto al FLPT solo da poco: non avevano mai pensato, prima, di dare un'occhiata?
Non l'abbiamo mai neanche preso in considerazione, rispose Shimelis. Neanche per un solo momento... Se avessimo cercato di fare qualcosa del genere, avremmo provocato una rivoluzione. Il nostro popolo  molto tradizionalista, come sapr, e vi sarebbe stata una vera e propria sollevazione se il governo ufficiale si fosse impegnato in una faccenda del genere.
Pensa che il FLPT abbia lo stesso atteggiamento?, chiesi. Ora che controlla Axum, voglio dire.
L'uomo del Politburo corrug la fronte: Non sta a me dirlo. Ma non sono certo noti per la loro sensibilit religiosa....
Esitavo un po' a porre la domanda successiva, ma alla fine decisi di farlo. Mi dispiace se suona un po' impertinente, dissi, ma devo chiederlo. C' qualche possibilit che voi riprendiate in mano la citt in un prossimo futuro?.
Perch me lo chiede?.
Perch sono giunto alla conclusione che devo andarci io stesso. In realt mi piacerebbe andarci per le prossime celebrazioni del Timkat.
Vuole dire il prossimo gennaio?. Annuii.
Impossibile, sentenzi Shimelis. E poi, perch tanta fretta? Se lei ha ragione, allora l'Arca sar nel nostro paese da tre millenni. Nel giro di un anno, massimo due, riprenderemo Axum e allora le posso promettere che lei sar il primo straniero a essere ammesso in citt. Perci abbia pazienza. Avr la sua occasione.
Dovevo ammettere che questo era un buon consiglio. In un paese come l'Etiopia la pazienza era quasi sempre una virt. Io, per, non ero preparato ad aspettare due anni, e perci decisi in silenzio che avrei cercato di partire non nel gennaio 1990, ma nel gennaio 1991. Ero rimasto alquanto colpito dalla sicurezza di Shimelis e perci speravo con tutto il cuore che, per allora, la citt sacra sarebbe tornata nelle mani delle forze governative.

Nel frattempo, per, a scopo puramente precauzionale, pensai che fosse meglio cercare di instaurare un minimo di dialogo con il FLPT; finora avevo evitato i ribelli, ma adesso, nel mio stesso interesse, pareva giunto il momento di tentare qualche apertura in questo senso.
Guardai Shimelis al di l del tavolo. Lei ha ragione, naturalmente, dissi. Ma le dispiace se le chiedo un altro favore?.
Con un eloquente gesto della mano, l'uomo del Politburo mi fece segno che potevo proseguire.
Vorrei comunque andare a una cerimonia del Timkat, insistetti, e cos, dal momento che Axum  evidentemente fuori discussione, mi chiedevo se per caso potevo andare a Gonder, il prossimo gennaio.
Dietro di me Richard toss leggermente. Vi erano voci secondo cui la citt che avevo appena nominato era stata assediata dalle truppe ribelli e poteva cadere da un momento all'altro.
Perch Gonder?, chiese Shimelis.
Perch si trova nella regione del Lago Tana - che come le ho detto, considero strettamente legata agli albori della storia dell'Arca in questo paese. E anche perch so che molti falasha vivono ancora all'interno e attorno alla citt. Ricordo di essere passato per dei villaggi ebraici a nord della citt gi nel 1983, ma in quell'occasione non ebbi modo di fare delle vere e proprie interviste. Pertanto quello che vorrei fare, se lei  d'accordo,  prendere due piccioni con una fava: vorrei assistere al Timkat a Gonder, e mentre sono l vorrei anche effettuare delle ricerche tra i falasha.
Potrebbe essere possibile, rispose Shimelis. Dipende dalla situazione militare, ma potrebbe essere possibile. Controller e le far sapere. .


Capitolo Undicesimo E DAVIDE DANZO' DAVANTI ALL'ARCA...

Il 18 e 19 gennaio 1770 l'avventuriero scozzese James Bruce aveva presenziato ai cerimoniali del Timkat ad Axum e, come sottolineato nel capitolo 7, pensavo che lo avesse fatto al fine di avvicinarsi il pi possibile all'Arca dell'Alleanza.
Esattamente 220 anni dopo - il 18 e 19 gennaio 1990 - io assistetti al Timkat nella citt di Gonder, a nord del Lago Tana. E, anche se non lo avevo detto n a Richard Pankhurst n a Shimelis Mazengia, attribuivo a questo viaggio un'importanza fondamentale per la mia ricerca.
Immerso com'ero nel grande mistero storico legato alla presenza dell'Arca in Etiopia, mi ero ormai convinto che presto o tardi, in un modo o nell'altro, sarei dovuto tornare ad Axum. Avevo deciso di compiere questa pericolosa visita nel gennaio del 1991 - e di compierla sotto gli auspici dei ribelli, se necessario. Gonder mi sembrava dunque un punto cruciale: era il luogo pi vicino ad Axum ancora in mano al governo, ed era anche, come Axum, un'antica capitale dell'Etiopia, un importante luogo storico e un centro di cultura religiosa. In un tale ambiente avrei potuto prepararmi spiritualmente e psicologicamente per la vera sfida che avevo davanti, familiarizzare con alcuni aspetti degli stessi arcani rituali a cui doveva aver assistito Bruce nel 1770, cercare di capirne il pi possibile e bruciare quindi qualche tappa della mia ricerca.
Non era questo, tuttavia, l'unico scopo della mia iniziativa. Altri pensieri, meno ottimistici e risoluti, mi passavano per la mente.

Se, per esempio, avessi scoperto a Gonder qualche elemento in grado di mettere seriamente in dubbio la pretesa dell'Etiopia di rappresentare l'ultimo luogo di custodia dell'Arca, allora non avrei forse potuto - senza perdere la dignit - abbandonare il mio progetto di andare ad Axum nel 1991? Era questo un pensiero fastidioso, ma stranamente seducente, dal quale mi sentivo sempre pi attratto via via che si avvicinava la data del viaggio a Gonder. Quel viaggio stesso era ancora in dubbio, e soltanto l'8 gennaio 1990 ricevetti finalmente un telex in cui Shimelis mi confermava di aver ottenuto il permesso necessario dalle autorit militari.

Enigmi da risolvere
Sapevo che uno dei momenti fondamentali del cerimoniale del Timkat era il trasporto in processione dei tabotat - i simboli o copie dell'Arca dell'Alleanza conservati normalmente nel tabernacolo di ogni chiesa etiope. A Gonder, naturalmente, non avrei visto l'oggetto che secondo gli etiopi era proprio l'Arca (poich non vi era alcun indizio che facesse pensare che l'Arca era mai stata conservata qui). Per il resto, per, l'evento a cui avrei assistito sarebbe stato identico a quello di Axum: la celebrazione della principale festa del calendario ortodosso etiope.
Da qualche tempo sapevo che Timkat significava Epifania - un giorno santo associato, nella Chiesa occidentale, alla manifestazione di Cristo ai Gentili. Tra i cristiani d'oriente, invece, Epifania aveva un significato completamente diverso: in questo giorno si commemorava infatti il battesimo di Cristo. Su questo punto gli etiopi seguivano il resto della comunit orientale, ma ne divergevano completamente quanto ai rituali. In particolare, l'impiego del tabot era una caratteristica loro propria, che non trovava riscontro in altre culture e che non era riconosciuta neanche dal patriarca copto di Alessandria (al quale era sempre spettato il compito di nominare tutti gli arcivescovi d'Etiopia a partire dalla conversione del regno assumita nel 331 e finch la Chiesa locale non raggiunse l'autonomia nel 1959).

Contro tutto questo retroterra sentivo che un'attenta osservazione dei rituali del Timkat e, all'interno di essi, del ruolo dei tabotat avrebbe potuto aiutarmi a capire quello che da tempo consideravo il paradosso centrale del cristianesimo etiope - cio il suo essere legato, o addirittura dominato, da una reliquia precristiana: l'Arca dell'Alleanza.
Ma il mio viaggio a Gonder non aveva solo questo obiettivo: durante la mia permanenza l volevo infatti anche parlare con i falasha che vivevano nei dintorni della citt.
Avevo gi parlato di questo con Shimelis ed egli non aveva fatto obiezioni - per la semplice ragione che molte cose erano cambiate dalla mia prima visita nella regione nel 1983. Allora, quando da Gonder si andava verso nord, tra i monti Simien, la polizia rendeva quasi impossibile entrare in contatto con gli ebrei neri: i loro paesi erano stati praticamente isolati e non vi era modo di osservare le loro usanze o fare delle vere e proprie interviste.
Questa condizione di repressione era stata spazzata via nel 1989, quando, dopo 16 anni, Addis Abeba e Gerusalemme avevano ripristinato le relazioni diplomatiche. Al centro di questo accordo vi-era l'impegno dell'Etiopia a lasciare che i falasha - tutti i falasha - potessero emigrare in Israele, anche se a quel tempo, ormai, ne erano rimasti ben pochi - probabilmente non pi di 15.000; tutti gli altri erano morti durante le carestie della met degli anni Ottanta o erano gi scappati clandestinamente in Israele attraverso i campi profughi del Sudan (dai quali, nel solo biennio 1984-85, il ponte aereo chiamato Operazione Mos aveva portato in salvo almeno 12.000 persone).
Ora, nel gennaio 1990, la prima conseguenza di tutto questo era che il numero degli ebrei etiopi stava rapidamente diminuendo. In tre mesi dal ripristino delle relazioni diplomatiche circa 3.000 di essi avevano lasciato il paese, e molti di pi avevano abbandonato i loro villaggi e si erano recati ad Addis Abeba sperando di poter salire presto su un aereo che li portasse fuori dall'Etiopia. Questo nuovo Esodo si stava svolgendo a ritmo continuo e inesorabile ed era evidente che presto non sarebbe rimasto in Etiopia neanche un ebreo. Da quel momento in poi, naturalmente, sarebbe stato ancora possibile intervistarli e compiere ricerche sul loro folklore e sulle loro tradizioni l nella Terra Promessa; ma quasi certamente questo sarebbe stato l'ultimo anno in cui si sarebbe potuta avere anche solo un'idea della loro vita, tradizionale nel loro ambiente tradizionale.
Ero dunque deciso a non lasciarmi sfuggire questa occasione: l'enigma di come mai vi fossero degli ebrei - indigeni, ebrei neri - nel cuore dell'Etiopia era intimamente connesso all'enigma dell'Arca Santa; ero certo che, risolvendone uno, avrei risolto anche l'altro.
Ma i falasha non erano l'unico gruppo etnico della zona di Gonder ad attirare la mia attenzione. Nella settimana di ricerca che avevo trascorso immediatamente prima di partire dall'Inghilterra, avevo trovato un interessante riferimento a un altro popolo - un popolo conosciuto come qemant, che nell'unico articolo di carattere antropologico scritto su di loro era definito ebraico-pagano. Scritta nel 1969 da uno studioso americano di nome Frederick Gamst, questa oscura monografia osservava che:
L'ebraismo riscontrato tra i qemant  una forma molto antica, non alterata dai mutamenti religiosi ebraici degli ultimi due millenni Questo ebraismo  dominante nella religione dei falasha, vicini dei qemant... talvolta chiamati gli ebrei neri d'Etiopia.
Fino a quel momento io non avevo mai sentito parlare dei qemant ed ero perci molto incuriosito dal fatto che la loro religione contenesse antichi elementi ebraici. Questo, pensai, era un argomento che certamente meritava ulteriori ricerche, poich poteva contribuire a gettare luce sull'antichit dell'influenza giudaica in Etiopia - e anche sulla pervasivit di quell'influenza. .
L'unico Dio e l'albero feticcio
Nel suo studio sui qemant Gamst aveva detto di essere molto in debito con un leader religioso che lo aveva notevolmente aiutato, negli anni Sessanta, nelle sue ricerche sul posto. Questa personalit religiosa si chiamava Muluna Marsha e aveva il titolo di Wambar (una parola che significava Sommo Sacerdote nella

lingua qemant). Poich avevo ben poco tempo a disposizione, mi sembrava che la cosa migliore da fare sarebbe stata quella di cercare di trovare quell'uomo (che Gamst aveva descritto come una miniera di informazioni) e di intervistarlo sulle credenze religiose del suo popolo. Non sapevo per se egli era ancora vivo dopo tanti anni - e nemmeno se avrei ancora trovato qualche qemant rimasto fedele alla tradizionale fede ebraico-pagana (dal momento che gi all'epoca di Gamst ne erano rimasti meno di 500)10.
Al mio arrivo a Gonder, mercoled 17 gennaio, discussi questo problema con gli ufficiali che vennero a prendermi all'aeroporto, ed essi mi dissero che vi erano pochissimi qemant - ormai per lo pi molto anziani - che ancora professavano l'antica religione. Cominciammo allora a diffondere la voce, inviammo messaggi radio ai funzionari del Partito nelle zone pi sperdute, e finalmente, gioved 18, ricevetti la bella notizia che il Wambar era ancora vivo. Il luogo dove viveva era apparentemente inaccessibile con la strada carrozzabile, ma si poteva tentare di persuaderlo a venire a incontrarci a met strada - ad Aykel, a due ore circa di viaggio a ovest di Gonder. Quasi certamente, inoltre, il viaggio non avrebbe presentato pericoli: gli ultimi combattimenti avevano costretto i ribelli a retrocedere e la regione occidentale nella quale dovevamo andare era considerata sicura nelle ore diurne.
Il Timkat, che descriver pi avanti in questo stesso capitolo, assorb tutta la mia attenzione per il resto del gioved e del venerd. Nel primo pomeriggio di sabato 20 gennaio, infine, riuscii finalmente a partire per Aykel a bordo della Toyota Landcruiser che il Partito mi aveva messo a disposizione. Oltre al conducente, mi accompagnavano anche Legesse Desta - il giovane ufficiale pieno di entusiasmo che fungeva da interprete - e due austeri soldati armati con fucili kalashnikov da combattimento.
Mentre procedevamo a sobbalzi lungo il sentiero accidentato e disagevole, in mezzo a campi arsi dal sole e colline color bruno dorato, consultavo la guida Michelin del Corno d'Africa che portavo ormai sempre con me. Notai con molto interesse che il luogo dove eravamo diretti si trovava non lontano dal corso superiore del fiume Atbara, che nasceva circa 50 miglia a nord-ovest del Lago Tana e procedeva da l verso il Sudan, dove veniva raggiunto dal Tacazz prima di fondersi con il Nilo immediatamente al di sopra della Quinta Cataratta.
Poich il Tacazz passava cos vicino a Tana Kirkos e poich era specificamente citato nel Kebra Nagast, ero sempre pi sicuro che fosse stato proprio questo il fiume sul quale era stata trasportata l'Arca. Risultava per evidente dalla carta geografica che, anche percorrendo l'Atbara, i viaggiatori sarebbero arrivati comunque in questa zona. Considerai le conseguenze di questo nuovo elemento e annotai nel mio diario di viaggio:
I fiumi sono strade che attraversano il deserto. Nel caso dell'Etiopia tutte queste strade - siano esse il Tacazz, l'Atbara o il Nilo Azzurro - sembrano condurre al Lago Tana. I falasha (e i loro cugini ebraico-pagani, i qemant) hanno sempre vissuto proprio in quest'area e sono etiopi indigeni - nativi di questo paese. Poich il loro ebraismo  un elemento estraneo alla loro cultura,  logico dedurre che esso deve essere stato importato dall'esterno attraverso i fiumi.
Al nostro arrivo ad Aykel fummo accolti da un gruppo di esponenti locali del Partito, i quali ci dissero che Wambar Mulu-na Marsha era gi arrivato e ci stava aspettando. Ci condussero in una grande capanna circolare con un alto tetto a forma di alveare e ci fecero entrare nella fredda semi-oscurit dell'interno. Spessi raggi di sole entravano attraverso le fessure delle mura a cannicciata, illuminando scie di polvere che rimanevano sospese nell'aria. Dal pavimento spazzolato di fresco si alzava un odore di argilla misto a una fragranza di legno di sandalo.
Il Wambar, come mi aspettavo, era un uomo anziano. Si era evidentemente vestito a festa per l'occasione, poich indossava un turbante bianco, vesti cerimoniali bianche e una elegante mantella nera. Quando entrammo, era seduto su una delle sedie che erano state sistemate per noi dentro la capanna; appena ci vide si alz cortesemente in piedi e, fatte le necessarie presentazioni, mi strinse calorosamente la mano.
Parlando attraverso l'interprete mi domand immediatamente: Lei lavora con Mr. Gamst?.
Dovetti confessare di no. Tuttavia, aggiunsi, ho letto il libro che egli ha scritto sul vostro popolo. E per questo che sono qui. Mi interessa molto sapere qualcosa della vostra religione.

Il Wambar sorrise con una certa tristezza, e mentre lo faceva notai che un dente, eccezionalmente lungo, gli scendeva dal lato sinistro della mascella uscendogli dal labbro a mo' di zanna. La nostra religione, disse,  diventata una cosa del passato. Quasi nessuno la pratica pi. I qemant sono diventati cristiani.
Ma lei non  cristiano...?.
No. Io sono il Wambar. Io seguo ancora la vecchia via.
E non ce ne sono altri come lei?.
Pochi. Di nuovo quel sorriso. Ma anche quelli che dicono di essere cristiani non hanno del tutto abbandonato la loro antica fede. I boschi sacri sono ancora frequentati... Si compiono ancora sacrifici. Una pausa di riflessione, poi il vecchio scosse la sua testa rugosa e sospir: Ma le cose cambiano... Tutto cambia....
Ha detto "boschi sacri". Che cosa intende esattamente?.
Il nostro rito, se compiuto come si deve, ha luogo all'aperto. E noi preferiamo svolgere le nostre funzioni tra gli alberi. A questo abbiamo dedicato degli speciali boschetti chiamati degegna.
Gli feci parecchie altre domande sull'argomento e alla fine capii che vi erano in realt due tipi di boschi sacri. Alcuni - i degegna, appunto - erano utilizzati per le cerimonie annuali: essi erano stati piantati in un lontano passato, quando al fondatore della religione qemant era stata mostrata in sogno la giusta localizzazione. Vi erano poi altri luoghi sacri, molto pi piccoli, chiamati qole, che erano spesso costituiti da un solo albero, presso il quale si credeva che abitasse uno spirito particolarmente potente. Questi qole erano di solito situati sulle alture e per caso ve ne era uno proprio alla periferia di Aykel: potevo vederlo, se volevo.
Domandai quindi al Wambar se sapeva se anche i falasha veneravano boschi sacri.
No, rispose, i falasha no.
Si potrebbe dire che la loro religione  per qualche verso simile alla vostra?.
Egli annu. S. Per molte cose. Abbiamo molto in comune. E poi aggiunse senza che gli avessi chiesto niente: Il fondatore della religione qemant si chiamava Anayer e arriv in Etiopia molto tempo fa. Giunse, dopo sette anni di carestia, dal suo paese, che era molto lontano, e mentre viaggiava con sua moglie e i suoi figli

incontr il fondatore della religione falasha, che stava compiendo lo stesso viaggio, anch'egli con moglie e figli. I due gruppi familiari cercarono di stringere un accordo matrimoniale, ma senza successo.
Ma Anayer e il fondatore della religione falasha venivano dallo stesso paese?.
S, ma rimasero separati. Non fecero alcun accordo matrimoniale.
Per il loro paese di nascita era lo stesso?.
S.
Sa dov'era?.
Era lontano... Nel Vicino Oriente.
Non conosce il nome di quel paese?.
Era la terra di Canaan. Anayer era il nipote di Canaan, che era il figlio di Cam, che era il figlio di No.
Ero incuriosito da questa genealogia e dalla flebile eco di un'ancestrale migrazione dal Vicino Oriente - un'eco che suggeriva anche una comune localizzazione nell'origine delle religioni falasha e qemant. Il Wambar, tuttavia, non seppe dirmi con certezza se la terra di Canaan di cui aveva parlato corrispondeva alla Terra Promessa della Bibbia. Anzi, nonostante la sua familiarit con nomi come Ham e No, asseriva di non aver mai letto la Bibbia. Io non avevo motivi per non credergli su questo punto, anche se ero certo che ci che mi aveva appena detto aveva in qualche modo a che fare con le Scritture. Nel suo racconto, per esempio, vi era un'eco del grande viaggio compiuto dal patriarca Abramo e da sua moglie Sara, che erano fuggiti da Canaan e avevano viaggiato a lungo, andando sempre verso sud perch vi era una carestia in quella terra. Infatti, come l'Egitto nel Libro della Genesi, il paese da cui proveniva Anayer era stato afflitto per sette anni dalla carestia.
Mi dica qualcosa di pi sulla vostra religione, chiesi poi al Wambar.
Prima ha parlato di spiriti - spiriti che abitano negli alberi. Ma per quanto riguarda Dio? Credete in un solo Dio, o in tanti dei?.
Noi crediamo in un Dio. Un solo Dio, che per  supportato dagli angeli.

E il Wambar prosegu elencando questi angeli: Jakaranti, Ki-berwa, AderaiM, Kiddisti, Mezgani, Shemani, Anzatatera. Ognuno di essi sembrava avere una propria sede naturale che lo contraddistingueva. Quando la nostra religione era forte, tutti i qemant erano soliti recarsi in questi luoghi a pregare gli angeli affinch intercedessero presso Dio per il loro bene. Il pi rispettato era Jakaranti; seguivano Mezgani e Anzatatera.
E Dio?, domandai. Il Dio dei qemant. Non ha un nome?.
Certo. Si chiama Yeadara.
E dove si trova?.
Si trova ovunque.
Un unico Dio, quindi, un Dio onnipresente. Cominciavo a capire come mai Gamst avesse definito questo popolo come ebraico-pagano, e questa impressione fu rafforzata da gran parte di ci che il Wambar mi disse durante la nostra lunga discussione nel villaggio di Aykel. Io registrai dettagliatamente nei miei appunti tutta la discussione e, al mio ritorno ad Addis Abeba, studiai attentamente tutte le sue risposte - comparandole punto per punto con le Scritture. Solo al termine di questo lavoro potei capire fino in fondo quanto forte e quanto antica fosse la dimensione ebraica della religione qemant.
Il Wambar mi aveva detto, per esempio, che i qemant non potevano mangiare animali che non fossero ruminanti o a piede fesso. Inoltre, aveva aggiunto, cammelli e maiali erano considerati sporchi e per questo erano assolutamente vietati. Queste restrizioni corrispondevano in pieno a quelle sancite per gli ebrei nel capitolo 11 del Libro antico-testamentario del Levitico13,
Il Wambar aveva detto, poi, che fra i qemant anche gli animali puliti potevano essere consumati solo dopo essere stati macellati per bene. Bisogna tagliar loro la gola e lasciar scorrere tutto il sangue, aveva spiegato - e per questa ragione era proibito mangiare animali morti per cause naturali. Anche queste prescrizioni, scoprii in seguito, erano perfettamente in linea con la legge giudaica.
Sempre in tema di cibo, il Wambar aveva detto che la religione qemant consentiva di consumare carne e prodotti a base di latte nello stesso pasto, anche se era considerato un abominio mangiare la carne di un animale dopo averla cotta nel latte. Io sapevo invece che agli ebrei ortodossi era proibito mischiare in uno stesso pasto carne e prodotti caseari; quando cercai l'origine di questa particolare restrizione, venni a sapere che essa derivava dai Libri dell'Esodo e del Deuteronomio, che sancivano: Non farai bollire una creatura nel latte della madre. E questa era, pi o meno alla lettera, la regola alla quale obbedivano i qemant.
Un altro punto di convergenza era quello del Sabbath, che, come gli ebrei, i qemant osservavano di sabato. E proibito lavorare quel giorno, mi aveva detto il Wambar.  proibito accendere fuochi di sabato. E se un campo dovesse prendere fuoco accidentalmente nel giorno di sabato, significherebbe che  un campo che non dobbiamo pi utilizzare.
Queste restrizioni e altre ancora - tutte in accordo con la legge biblica - rafforzarono sempre pi la mia convinzione che un antico e profondo substrato ebraico permeava davvero la religione dei qemant. Ma ci che infine mi tolse ogni dubbio fu l'unica pratica, tra quelle che il Wambar mi aveva descritto, che non sembrava affatto ebraica - e cio la venerazione dei boschi sacri.
Durante l'intervista egli mi aveva detto che vi era uno dei luoghi sacri chiamati qole alla periferia di Aykel, dove avrei potuto vedere un albero considerato la dimora di uno spirito potente. Io andai effettivamente a dare un'occhiata a quest'albero e scoprii che si trattava di un'enorme acacia, posta su uno sperone di terreno al di l del quale, per un centinaio di miglia, la terra digradava verso il confine con il Sudan. Sotto di me, tra le colline interrotte da gole e canyon, soffiava la delicata brezza del pomeriggio, carica della fragranza di deserti lontani, e le aquile si lasciavano trasportare da essa lungo i primi contrafforti della scarpata.
Nodosa e massiccia, l'acacia era talmente antica che sembrava che fosse l da centinaia, forse migliaia di anni. All'interno del recinto in muratura che la circondava, appoggiate sul pavimento, vi erano varie offerte - un'anfora di olio, un mucchietto di miglio, piccoli cumuli di semi di caff arrostiti e una gallina legata che attendeva di essere sacrificata. Ognuna a suo modo, tutte queste oblazioni contribuivano a dare al luogo un carattere particolare: sinistro e misterioso, nient'affatto minaccioso, eppure decisamente strano.

Ci che rafforzava questo effetto soprannaturale, per - e che rendeva questo qole dei qemant cos diverso da qualunque altro luogo di culto mi sia mai capitato di vedere nei miei viaggi - era il fatto che ogni ramo dell'albero, fino a un'altezza di circa un metro e ottanta, era stato addobbato con strisce intrecciate di tessuto colorato. Frusciando al vento, questi nastri ondeggianti sembravano bisbigliare e mormorare - quasi come se stessero cercando di comunicare un messaggio. E ricordo di aver pensato che se solo avessi potuto capire quel messaggio, esso mi avrebbe rivelato molte cose. Con una certa superstizione toccai il legno vivente, percepii la sua veneranda et, e poi ritornai dai miei compagni che mi stavano aspettando in fondo alla collina.
Pi tardi, tornato ad Addis Abeba - dopo aver esaminato le altre corrispondenze tra la religione qemant e l'ebraismo vetero-testamentario - feci un lavoro di ricerca sistematica nelle-Scritture e nelle opere di archeologia biblica per vedere se riuscivo a trovare qualche riferimento ad alberi sacri. Non mi aspettavo certo di trovarne. E invece, con mia grande sorpresa, scoprii che ad alcuni boschi appositamente piantati era stato effettivamente attribuito un carattere sacro nelle primissime fasi di evoluzione della fede ebraica. Ebbi anche modo di accertare che questi boschetti erano stati davvero usati come luoghi di culto attivo. Nel capitolo 21 della Genesi, per esempio, si affermava che: Abramo piant un bosco sacro a Beercheba, e chiamava l a raccolta nel nome del Signore, l'eterno Signore.
Lessi altri testi sull'argomento e stabilii i seguenti punti fermi: primo, gli ebrei avevano preso in prestito l'uso dei boschi sacri dai canaaniti (che erano gli abitanti indigeni della Terra Promessa); secondo, i boschi sacri erano di solito situati sulle alture (dette bamoth); terzo, essi contenevano spesso pilastri di pietra sacrificale del tipo di quelli che avevo visto a Tana Kirkos e che, come gi sapevo, si chiamavano massbothls.
Si sapeva molto poco su come fossero usati questi boschi, come fossero fatti, quale tipo di cerimonie vi si svolgessero, quali offerte si portassero. La ragione di questa ignoranza stava nel fatto che l'elite sacerdotale della tarda epoca biblica si era selvaggiamente rivoltata contro tali pratiche, tagliando e bruciando gli alberi sacri e abbattendo i massbothw.
Poich questi stessi sacerdoti erano anche responsabili della compilazione e del commento delle Scritture, non era certo strano che essi ci avessero lasciato senza un quadro chiaro delle funzioni e dell'aspetto dei boschi. Inoltre l'unico riferimento che evocava una vaga immagine di questi boschi era considerato una specie di mistero dagli studiosi della Bibbia. Questo riferimento, contenuto nel secondo Libro dei Re, parlava di un luogo dove le donne intrecciavano arazzi per il bosco. Quando lessi  queste parole, avevo ancora fresco in mente il ricordo delle strisce di tessuto intrecciato che pendevano da ogni ramo dell'albero feticcio alla periferia del villaggio di Aykel. Mi sembr dunque (e mi sembra ancora adesso) che non vi fosse alcun mistero nelle parole del Libro dei Re - ma vi era ancora molto da spiegare su questi qemant che, nel cuore dell'Africa, erano riusciti ad assorbire una tradizione giudeo-canaanita antica come questa.
Tutta la questione, ne ero ormai certo, era intimamente connessa al pi ampio problema dei falasha, i pi conosciuti vicini dei qemant.
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FINE Parte 2.